Risparmiare di più senza guadagnare di più: la buona gestione delle risorse familiari

Quando si parla risparmio si pensa spesso agli investimenti: trovare il prodotto migliore, ottenere un rendimento maggiore, scegliere il momento giusto per entrare sui mercati.

Ma il primo rendimento da ricercare, soprattutto per chi fatica ad accumulare risparmi, è quello che deriva da una migliore gestione delle proprie risorse.

Il punto di partenza è inevitabilmente conoscere le proprie spese. Non è necessario trasformarsi in contabili della famiglia e registrare per sempre ogni caffè acquistato, ma almeno periodicamente è utile capire quanto spendiamo, per cosa lo spendiamo e quali costi incidono maggiormente sul bilancio familiare.

Fatto questo, spesso è possibile ottenere risultati concreti senza particolari rinunce e senza modificare significativamente il proprio tenore di vita.

Programmare oggi le spese di domani

L’automobile prima o poi dovrà essere sostituita. Un figlio potrebbe aver bisogno di un motorino. Arriveranno spese per elettrodomestici, manutenzione della casa o altre necessità prevedibili.

Perché aspettare il momento dell’acquisto e finanziarlo?

Accantonare mensilmente una somma destinata a queste spese significa arrivare all’acquisto disponendo, almeno in parte, del capitale necessario.

La differenza è sostanziale: invece di pagare interessi a chi ci presta il denaro, possiamo ottenere un rendimento sulle somme che stiamo progressivamente accumulando.

Non occorre conoscere esattamente quando arriverà la spesa. È sufficiente sapere che, prima o poi, arriverà.

L’automobile costa anche dopo averla acquistata

Quando scegliamo un’auto tendiamo a guardare prezzo, estetica e prestazioni. Molto meno frequentemente calcoliamo quanto ci costerà mantenerla.

Consumi, assicurazione, bollo, manutenzione, pneumatici e svalutazione possono creare differenze di migliaia di euro nel corso degli anni.

Prima dell’acquisto sarebbe quindi utile verificare il costo medio di gestione del modello che stiamo considerando.

L’automobile dovrebbe essere scelta non soltanto sulla base di quanto possiamo spendere per comprarla, ma anche di quanto ci costerà ogni anno possederla. Un modello più prestigioso può avere un prezzo d’acquisto accessibile, soprattutto se usato, ma costi di gestione poco coerenti con il bilancio familiare.

Assicurazione auto: confrontare prima di rinnovare

Prima di ogni rinnovo RCA vale la pena verificare le alternative.

Non significa necessariamente cambiare compagnia ogni anno, ma semplicemente sapere se il prezzo che stiamo pagando è ancora competitivo.

Un risparmio di 100 o 200 euro l’anno può sembrare modesto. Ripetuto per molti anni diventa una somma significativa, ottenuta senza alcuna rinuncia.

Energia: non possiamo prevedere i prezzi, ma possiamo gestire il rischio

Chi è già nel mercato libero può confrontare periodicamente le offerte e, quando si presentano condizioni interessanti, valutare contratti a prezzo fisso anche di durata pluriennale.

Il vantaggio non consiste nell’indovinare il momento in cui l’energia avrà raggiunto il prezzo minimo, cosa estremamente difficile.

Un prezzo bloccato consente invece di rendere prevedibile una parte delle spese familiari e di proteggersi da eventuali forti aumenti. Se successivamente il mercato dovesse offrire condizioni significativamente migliori, sarà comunque possibile verificare la convenienza di cambiare nuovamente offerta o fornitore.

Mutuo: anche la certezza della rata ha un valore

Un ragionamento simile può essere fatto sul mutuo.

Con un tasso variabile possiamo beneficiare della discesa dei tassi, ma dobbiamo anche essere in grado di sopportarne gli eventuali aumenti.

Il tasso fisso consente invece di conoscere fin dall’inizio l’impegno della famiglia. E se in futuro i tassi dovessero diminuire sensibilmente, surroga e rinegoziazione permettono di cercare condizioni migliori.

La prevedibilità delle spese familiari non è soltanto tranquillità: è anche uno strumento di pianificazione.

La liquidità non deve necessariamente rimanere infruttifera

Molte famiglie mantengono somme anche consistenti sul conto corrente senza alcuna remunerazione.

Una parte della liquidità è naturalmente necessaria per le spese correnti e per affrontare gli imprevisti. Ma quando le disponibilità sono stabilmente superiori alle necessità, si possono valutare conti remunerati, depositi o strumenti monetari coerenti con le proprie esigenze e con il proprio profilo di rischio.

Una differenza dell’1,5-2% annuo su 30.000 euro significa 450-600 euro lordi ogni anno.

Non sono rendimenti straordinari. Sono semplicemente risorse che, diversamente, rimarrebbero inutilizzate.

Fondo pensione negoziale: attenzione a ciò a cui si rinuncia

Quando il contratto di lavoro prevede un fondo pensione negoziale e un contributo del datore di lavoro subordinato al versamento del lavoratore, non aderire può significare rinunciare a una componente aggiuntiva della propria remunerazione.

A questo si aggiungono i benefici fiscali previsti per la previdenza complementare.

Prima ancora di confrontare rendimenti e comparti, quindi, è utile verificare quali opportunità siano previste dal proprio contratto di lavoro e quanto possa costare non utilizzarle.

Telefonia e smartphone: meglio separare le due decisioni

Le offerte telefoniche che includono uno smartphone possono rendere meno evidente sia il costo del dispositivo sia quello del servizio telefonico.

Meglio quindi separare le due scelte: confrontare le tariffe sulla base dei servizi effettivamente necessari e, separatamente, valutare l’acquisto dello smartphone.

Un telefono da 1.500 euro pagato in 30 rate da 50 euro al mese costa sempre 1.500 euro. La rateizzazione non lo rende meno costoso: distribuisce semplicemente la spesa nel tempo e può inoltre vincolare il cliente per un lungo periodo a una determinata offerta o a un determinato operatore.

Allo stesso modo, sostituire uno smartphone ancora perfettamente funzionante ogni due o tre anni comporta una spesa ricorrente facilmente quantificabile in diverse centinaia di euro l’anno.

Separare l’acquisto del telefono dalla scelta dell’operatore rende più semplice confrontare i prezzi e conoscere il costo effettivo di entrambe le componenti.

Anche i piccoli patrimoni meritano attenzione

«Sono pochi soldi, li lascio dove sono» è una frase molto comune.

Ma proprio chi dispone di un patrimonio limitato dovrebbe evitare che una parte significativa del rendimento venga assorbita da costi inutilmente elevati.

Conti correnti, dossier titoli, fondi, polizze e altri strumenti finanziari dovrebbero essere verificati periodicamente.

Un punto percentuale annuo di costi aggiuntivi può sembrare poco, ma ripetuto per dieci o vent’anni produce differenze importanti.

La fedeltà commerciale raramente paga

Questo principio accomuna molti degli esempi precedenti.

Banche, assicurazioni, energia, telefonia e numerosi altri servizi utilizzano spesso le condizioni più interessanti per acquisire nuovi clienti, mentre chi mantiene per anni lo stesso rapporto rischia di non beneficiare delle offerte disponibili sul mercato.

Questo non significa cambiare continuamente banca, assicurazione o fornitore per risparmiare pochi euro.

Significa semplicemente non confondere l’abitudine con la convenienza.

Una volta all’anno può essere sufficiente dedicare qualche ora a controllare conto corrente, assicurazioni, energia, telefonia, investimenti e abbonamenti.

Il risparmio non nasce soltanto dalle rinunce

Forse è questo il punto più importante.

Risparmiare non significa necessariamente vivere peggio oggi per stare meglio domani.

Molto spesso significa pagare meno per ottenere lo stesso servizio, programmare una spesa invece di finanziarla, evitare costi inutili, utilizzare opportunità che già abbiamo a disposizione e ottenere una remunerazione dalle somme temporaneamente inutilizzate.

Cento euro risparmiati sull’assicurazione, qualche centinaio ottenuto dalla liquidità, minori interessi su un finanziamento, un contratto energetico più conveniente, minori costi bancari e il contributo datoriale a un fondo pensione, presi singolarmente, possono sembrare poca cosa.

Sommati e ripetuti ogni anno possono invece fare la differenza tra una famiglia che non riesce a risparmiare e una che costruisce progressivamente un patrimonio.

Solo a quel punto arriva il compito degli investimenti: far crescere ciò che una corretta gestione delle risorse familiari ha permesso di non spendere.

– Aggiornamento – Identikit dell’Emissione (BTP Italia Sì – Giugno 2026)

Un riassunto sintetico delle condizioni offerte dal MEF per questa nuova prima tranche:

  • Durata: 5 anni (scadenza fissata al 23 giugno 2031).
  • Struttura di Nuova Generazione: Titolo legato all’inflazione italiana (Indice FOI dell’ISTAT al netto dei tabacchi). Paga una cedola che somma una componente fissa e una componente legata all’inflazione.
  • Cedole Semestrali: Frequenza di pagamento ogni sei mesi (23 dicembre e 23 giugno di ogni anno). La rivalutazione dell’inflazione viene corrisposta direttamente nella cedola semestrale e non cumulata a scadenza.
  • Premio Fedeltà: Un extra dello 0,6% sul capitale nominale non rivalutato per i risparmiatori retail che acquistano in emissione e mantengono il titolo fino a scadenza.
  • Data Chiave: Venerdì 12 giugno 2026, giorno in cui il MEF comunicherà il tasso cedolare annuo minimo garantito prima dell’avvio del collocamento (il collocamento effettivo sul MOT sarà dal 15 al 19 giugno 2026).

Meccanismo Cedolare e Protezione dalla Deflazione

Un approfondimento tecnico sulla struttura di calcolo di questo nuovo strumento:

  • Il Calcolo Semplificato: A differenza dei tradizionali BTP Italia (che rivalutano semestralmente sia il capitale sia la cedola) o dei BTP€i, il BTP Italia Sì applica la somma della Componente Fissa (metà del tasso annuo definitivo) e della Componente Inflazione direttamente sul capitale nominale sottoscritto. Il capitale viene rimborsato interamente a 100 solo a scadenza.
  • Floor a Zero (Protezione Deflazione): Se in un semestre l’indice dei prezzi FOI dovesse scendere (deflazione), la Componente Inflazione si azzera (non diventa negativa). La Componente Fissa è invece sempre dovuta e garantita al 100%, proteggendo il risparmiatore dalle fasi di calo dei prezzi.

BTP Italia Sì vs Mercato Secondario

Come si posiziona rispetto ai titoli già quotati e alle vecchie emissioni:

  • Costi di Ingresso: Zero commissioni bancarie per chi acquista nei giorni di collocamento sul MOT. Il taglio minimo è accessibile, pari a 1.000 euro.
  • Rivalutazione “Pronta Cassa”: Rispetto ai titoli indicizzati tradizionali che pagano la rivalutazione del capitale solo alla fine (struttura bullet), il BTP Italia Sì monetizza l’inflazione ogni sei mesi direttamente sul conto dell’investitore, offrendo un flusso di cassa periodico più reattivo al costo della vita.
  • Vantaggi Fiscali e ISEE: Oltre alla tassazione agevolata al 12,5% e all’esenzione dall’imposta di successione, l’investimento è escluso dal calcolo dell’ISEE fino a un massimo di 50.000 euro complessivi (sommato ad altri titoli di Stato o prodotti postali garantiti).

Il Confronto con i Fondi Comuni e l’Inflazione

Perché l’investimento diretto nel BTP Italia Sì è spesso preferibile ai prodotti di risparmio gestito:

  • Trasparenza e Copertura Reale: I fondi comuni bilanciati o obbligazionari non offrono una copertura matematica e diretta contro l’inflazione italiana FOI. Il BTP Italia Sì adegua legalmente la cedola al costo della vita rilevato dall’ISTAT.
  • Costi di Gestione Azzerati: I fondi d’investimento erodono il rendimento con commissioni di gestione annue. Il BTP Italia Sì non ha costi di custodia o gestione e il MEF riconosce persino un bonus (0,6%) a chi lo tiene in portafoglio fino al 2031.
  • Nessuna Sorpresa sul Capitale: A scadenza lo Stato rimborsa il valore nominale (100), mentre il valore delle quote di un fondo comune a parità di scadenza dipende esclusivamente dall’andamento del mercato in quel preciso giorno.

Disclaimer & Risk Management: Le Regole d’Oro per l’Investitore

Prima di procedere all’acquisto, è fondamentale analizzare l’inserimento di questo titolo all’interno del proprio patrimonio complessivo seguendo due regole di prudenza:

  • Il Rischio Concentrazione (“Rischio Italia”): Non bisogna esagerare con la quota di titoli di Stato italiani in portafoglio. In questo preciso momento storico, grazie alla contrazione dello spread BTP-Bund, il differenziale di rendimento con gli altri emittenti europei si è ridotto. Diversificare una parte della componente obbligazionaria con titoli di Stato di altri Paesi dell’area Euro comporta oggi una perdita di rendimento iniziale davvero modesta, a fronte di una drastica riduzione del rischio geopolitico e di credito specifico.
  • La Pianificazione delle Scadenze (Laddering): È sconsigliato concentrare tutti i propri investimenti oltre una determinata data di scadenza. La scelta dei 5 anni del BTP Italia Sì deve rispondere a una precisa programmazione finanziaria basata sulle proprie necessità personali previste (e sulla creazione di una riserva per quelle imprevedibili). La costruzione del portafoglio dovrebbe rimanere sempre il più possibile “neutra” rispetto alle scommesse sull’andamento futuro dei tassi d’interesse o sulle attese inflazionistiche, privilegiando la stabilità temporale dei propri obiettivi.

Conclusioni: Profilo del Risparmiatore

  • Consigliato a: Risparmiatori individuali (retail) e “cassettisti” che vogliono proteggere matematicamente il potere d’acquisto del proprio capitale nei prossimi 5 anni, ottimizzando il flusso di cassa semestrale ed evitando i costi dei prodotti bancari gestiti. Ideale per chi punta a sfruttare le agevolazioni fiscali e la protezione ISEE nei limiti previsti.
  • Non consigliato a: Chi prevede di aver bisogno di quella liquidità prima del 2031 (la vendita sul mercato secondario comporta la perdita dello 0,6% di premio fedeltà e il rischio di oscillazioni di prezzo sotto la pari), a chi ha un orizzonte temporale incerto o a chi possiede già un portafoglio troppo sbilanciato sul debito pubblico italiano.

BTP Valore Marzo 2026: Analisi Tecnica e Guida alla Scelta

  1. Identikit dell’Emissione (Marzo 2026)

Un riassunto sintetico delle condizioni offerte dal MEF per questa nuova tranche:

  • Durata: 6 anni (scadenza 2032).
  • Struttura Step-up: Cedole fisse che aumentano dopo il secondo e il quarto anno (schema 2+2+2).
  • Cedole Trimestrali: Frequenza di pagamento ogni tre mesi, ideale per chi cerca un flusso di cassa periodico.
  • Premio Fedeltà: Un extra dello 0,8% sul capitale nominale per chi acquista in emissione e mantiene il titolo fino a scadenza.
  1. Analisi della Duration e Rischio Tasso

Un approfondimento tecnico sulla sensibilità del titolo:

  • Effetto Step-up sulla Duration: Poiché la struttura paga cedole più ricche negli ultimi anni, il “peso” del rendimento è spostato in avanti. Questo aumenta la Duration di Macaulay, rendendo il titolo tecnicamente più volatile (sensibile ai tassi) rispetto a un BTP con cedola fissa costante di pari scadenza.
  • Mitigazione Trimestrale: La frequenza trimestrale dei pagamenti accorcia leggermente la duration rispetto alla frequenza semestrale, ma l’effetto è minore rispetto alla spinta data dallo step-up.
  1. BTP Valore vs Mercato Secondario

Come si posiziona rispetto ai titoli già quotati:

  • Costi: Il BTP Valore vince sulle commissioni (0€ in emissione) e sul premio fedeltà.
  • Efficienza Fiscale: I titoli sul mercato acquistati “sotto la pari” (prezzo < 100) possono essere più efficienti per chi deve recuperare minusvalenze, mentre il BTP Valore viene emesso a 100.
  1. Il Confronto con i Fondi a Scadenza (Target Maturity)

Perché l’investimento diretto in BTP Valore è spesso preferibile ai prodotti bancari:

  • Trasparenza: Rendimento certo e garantito dallo Stato contro rendimento “obiettivo” dei fondi.
  • Costi di Gestione: Il BTP Valore non ha costi annui, mentre i fondi a scadenza trattengono commissioni (0,80%-1,5%) che erodono significativamente il rendimento netto.
  • Tassazione: 12,5% fisso per il BTP contro la tassazione mista (fino al 26%) dei fondi diversificati.
  1. Conclusioni: Profilo del Risparmiatore
  • Consigliato a: “Cassettisti” che mirano a massimizzare il rendimento netto senza commissioni, sfruttando il premio fedeltà e la cedola trimestrale.
  • Non consigliato a: Chi ha un orizzonte temporale incerto (vendere prima significa perdere il premio e rischiare oscillazioni di prezzo per la duration elevata) o chi ha già un portafoglio troppo concentrato sul rischio Italia.

Previdenza Complementare 2026: Tra Nuove Libertà e Trappole di Liquidità

La riforma della previdenza complementare, che entrerà nel vivo il 1° luglio 2026, introduce una novità attesa da anni: la portabilità del contributo datoriale. Per la prima volta, i lavoratori dipendenti potranno trasferire la propria posizione verso Fondi Pensione Aperti (FPA) o PIP senza perdere il contributo del datore di lavoro.

Tuttavia, come Consulente Finanziario Autonomo (CFA), ritengo doveroso analizzare questa “libertà” sotto una lente critica, distinguendo tra opportunità reale e rischi per il patrimonio del risparmiatore.

  1. Il confronto costi-benefici: Valutare caso per caso

L’industria del risparmio gestito sta già scaldando i motori per attrarre i flussi dei fondi negoziali, ma la scelta di abbandonare il “fondo di categoria” non deve essere ideologica, bensì matematica.

  • Il peso dell’ISC: Se il fondo negoziale ha un costo (ISC) dello 0,3% e il fondo aperto proposto ha un costo dell’1,2%, il risparmiatore sta accettando un’ipoteca certa dell’1% annuo sul proprio capitale.
  • L’erosione del contributo: In un orizzonte di 30 anni, questo differenziale di costo può arrivare a divorare oltre il 20% del montante finale. Paradossalmente, le maggiori commissioni pagate al FPA possono annullare completamente il beneficio economico del contributo datoriale “portato con sé”.

Il consiglio del CFA: Il trasferimento ha senso solo se il fondo negoziale offre comparti eccessivamente prudenti (incapaci di generare rendimento nel lungo periodo) e se il fondo aperto selezionato garantisce un’efficienza di costo tale da non vanificare il contributo aziendale.

  1. La “Compensazione Invisibile”: Portabilità e Accordi ABI-Governo

Un’analisi onesta non può ignorare il retroscena politico-fiscale di questa manovra. La concessione della portabilità del contributo datoriale giunge in un momento di forte tensione tra il Governo e il settore bancario-assicurativo.

Gli accordi con l’ABI per una maggiore tassazione e il rinvio delle deduzioni sulle DTA (Deferred Tax Assets) hanno messo pressione sui bilanci degli istituti di credito. In questo contesto, l’apertura alla portabilità appare quasi come una “partita di giro”: lo Stato chiede sacrifici fiscali immediati alle banche, ma in cambio apre loro le porte dei Fondi Negoziali, fino ad oggi protetti.

Il rischio concreto è che il costo della maggiore tassazione sulle banche venga indirettamente ribaltato sui lavoratori attraverso commissioni di gestione più elevate, trasformando una conquista sociale in un sussidio indiretto al sistema finanziario.

  1. L’impatto reale sui numeri: Un caso studio

Per capire come i costi possano neutralizzare i vantaggi, ipotizziamo un lavoratore con una RAL di 35.000 € e un contributo datoriale del 2% (700 €/anno) su un orizzonte di 20 anni.

Voce di confronto Fondo Negoziale (ISC 0,3%) Fondo Aperto (ISC 1,5%) Differenza (Danno)
Versamento Annuo Totale € 1.400 € 1.400
Montante Finale Lordo € 42.600 € 36.900 – € 5.700
Costi di Gestione Totali € 1.480 € 7.180 + € 5.700

Risultato: In 20 anni, il 40,7% del contributo ricevuto dal datore di lavoro viene letteralmente “mangiato” dai costi di gestione più elevati del fondo aperto.

  1. La “Trappola di Liquidità”: Oltre la deducibilità

Esiste poi il rischio di eccedere nei versamenti volontari per inseguire il nuovo tetto di deducibilità a 5.300 €, ignorando i limiti di liquidabilità dello strumento.

  • Efficienza del TFR: Conferire il TFR è quasi sempre vincente grazie alla tassazione agevolata (fino al 9%). Si ottimizza un capitale che sarebbe comunque indisponibile.
  • L’eccesso di contribuzione: Vincolare quote eccessive di risparmio oltre il TFR può essere un errore. A differenza di un portafoglio costruito con ETF (costi 0,15% – 0,25%), il fondo pensione “sequestra” le somme fino al pensionamento, salvo casistiche limitate e burocraticamente onerose.
  1. La zona d’ombra: I lavoratori dimenticati

Infine, la riforma abilita la portabilità di un diritto, ma non ne garantisce l’esistenza per tutti. Per i lavoratori in settori privi di previdenza di categoria, non è prevista alcuna misura che introduca il contributo datoriale obbligatorio. Questi restano “cittadini previdenziali di serie B”, costretti a risparmiare senza il polmone del contributo aziendale.

Conclusioni

La riforma 2026 richiede una consulenza ancora più attenta e priva di conflitti di interesse. La scelta non è tra “fondo chiuso o fondo aperto”, ma tra efficienza o inefficienza.

Saturare la previdenza complementare solo per il vantaggio fiscale immediato, trascurando la rigidità dello strumento e l’impatto dei costi occulti, può rivelarsi un boomerang finanziario. Una corretta pianificazione deve bilanciare l’ottimizzazione del TFR con la flessibilità di un portafoglio liquido in ETF, calibrando ogni mossa sulla base di numeri certi, non di promesse di rendimento.

Il Mistero degli “Extra Profitti delle Banche”: Tra Economia, Rischio e la Proposta di Riforma

Introduzione

Il termine “extra profitti delle banche” è diventato un pilastro della comunicazione politica, in Italia e in Europa, fungendo da giustificazione per l’introduzione di prelievi straordinari. Ma cosa sono esattamente questi profitti e da dove derivano i guadagni eccezionali che hanno infiammato il dibattito? L’analisi è complessa: si intersecano il ciclo economico, la regolamentazione post-crisi e i modelli di business bancario.

  1. La Definizione Controversa: Il Margine di Interesse

Nel linguaggio comune e politico, gli “extra profitti” si riferiscono al balzo in avanti degli utili registrato dalle banche a seguito del rapido e significativo aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea (BCE) per combattere l’inflazione.

Il meccanismo è semplice e si concentra sul Margine di Interesse Netto (NII), che è la differenza tra gli interessi attivi incassati e gli interessi passivi pagati:

  • Tassi Attivi (Ricavi): Le banche hanno trasferito tempestivamente e in misura elevata gli aumenti della BCE sui prestiti (mutui, finanziamenti).
  • Tassi Passivi (Costi): I tassi di remunerazione offerti sui depositi ai correntisti e depositanti sono stati aumentati in misura molto più lenta e ridotta.

Questo disallineamento ha ampliato lo spread tra tassi attivi e passivi, generando un NII eccezionalmente elevato in un breve periodo.

  1. Oltre gli Interessi: Commissioni e la Qualità dei Ricavi

Una banca moderna ottiene ricavi anche da fonti più stabili e strutturali. Tuttavia, è proprio qui che si annidano i margini “facili” che alimentano le critiche:

  • Ricavi da Servizi (Commissioni): Sono i guadagni derivanti da bonifici, canoni, utilizzo delle carte e servizi transazionali. Sono ricavi stabili e a basso rischio operativo.
  • Risparmio Gestito (Asset Management): I ricavi provengono dalle commissioni di gestione e collocamento su fondi comuni, polizze e gestioni patrimoniali.

Il Nodo della Consulenza Strumentale

Questi ricavi da servizi sollevano questioni etiche e di mercato:

  • Consulenza Strumentale alla Vendita (Non Indipendente): La maggior parte delle banche adotta un modello in cui il consulente è incentivato a vendere i prodotti del gruppo, grazie alle retrocessioni (commissioni) percepite dal gestore del fondo.
  • Ricavi a Basso Rischio: Questi margini sono considerati “facili” perché la banca non espone il proprio capitale al rischio di investimento (che ricade sul cliente) e guadagna doppiamente: dalla vendita e dalla gestione interna del prodotto.
  1. Il Dibattito Politico: Le Tesi a Confronto

La Tesi Politica (Perché Tassare)

I sostenitori della tassazione si basano su due pilastri:

  1. Guadagno Imprevisto: I profitti non derivano dal merito o dall’efficienza della banca, ma sono un “dono” della politica monetaria della BCE, che andrebbe in parte redistribuito.
  2. Equità Sociale: La tassa serve a finanziare misure di sostegno per famiglie e imprese penalizzate dall’aumento dei tassi (mutui più cari), ristabilendo un principio di equità.

La Contro-Tesi Finanziaria (Perché Non Tassare)

Il settore bancario e gli economisti criticano la misura, definendola distorsiva:

  1. Normalizzazione Ciclica: Gli utili attuali sono una fisiologica ripresa dopo un decennio (2012-2022) di tassi a zero o negativi, in cui i margini erano compressi.
  2. Rischio Strutturale Ridotto: Dopo la crisi del 2008/2010, le banche hanno dovuto ridurre drasticamente l’esposizione al rischio (es. riducendo i prestiti al consumo) e rispettare requisiti patrimoniali molto più stringenti. Gli utili servono a rafforzare il capitale (CET1), garantendo stabilità finanziaria.
  3. Garanzie Pubbliche: L’enorme mole di prestiti concessi alle imprese post-COVID è avvenuta con garanzie statali (es. SACE). Ciò ha permesso alle banche di aumentare il volume dei prestiti con un rischio di insolvenza molto attenuato, in un contesto di supporto istituzionale.
  4. Rischio di Distorsione: Sottrarre capitale con una tassa straordinaria può costringere le banche a rallentare l’erogazione del credito o ad aumentare i costi per i clienti in futuro, penalizzando l’economia reale.
  1. L’Alternativa Strutturale: Vietare le Retrocessioni

La vera questione non è come tassare un evento eccezionale, ma come riformare il sistema per renderlo più equo e competitivo a lungo termine.

Anziché ricorrere a tasse occasionali e di emergenza, una soluzione strutturale sarebbe l’intervento sui ricavi più stabili e controversi: vietare le retrocessioni sui prodotti del risparmio gestito.

Modello Attuale (Retrocesso) Modello Proposto (Indipendente)
Banca: Guadagna commissioni dai produttori. Banca/Consulente: È pagato solo dal cliente (fee-only).
Cliente: Paga commissioni nascoste, rendimenti inferiori. Cliente: Paga un costo esplicito, ottiene rendimenti maggiori.
Mercato: Bassa competizione sui servizi, alto conflitto di interessi. Mercato: Alta competizione sulla qualità e sull’efficienza del prodotto.

Beneficio per la Collettività:

Vietare le retrocessioni costringerebbe le banche a competere sulla qualità della consulenza, ridurrebbe in modo strutturale i margini sui servizi e, soprattutto, trasferirebbe ricchezza direttamente ai cittadini e ai risparmiatori, aumentando il rendimento netto dei loro investimenti.

Questa riforma agirebbe alla radice, risolvendo il conflitto di interessi e rendendo il sistema finanziario più efficiente e meritocratico.

BTP ITALIA 04.06.2032

Il Ministero Economia e Finanza ha annunciato lo scorso 23.04 l’emissione di questo titolo nei giorni 27-29 Maggio, di seguito il comunicato stampa:

https://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2025/Torna-Btp-Italia-nuova-emissione-da-martedi-27-maggio/

Da più di 2 anni non veniva collocato un titolo con queste caratteristiche e l’ultimo, collocato a Marzo 2023, ha isin IT0005532723.

Le principali caratteristiche dell’emissione sono:

  • durata 7 anni; cedole semestrali aventi un tasso fisso minimo, più una parte variabile legata all’inflazione italiana;
  • premio aggiuntivo pari all’1% per i sottoscrittori che manterranno il titolo fino a scadenza (04.06.2032).

Questa tipologia di titoli denominata “Btp Italia”, si differenzia dai “Btp€i”, collocati principalmente per grandi investitori, per il pagamento semestrale congiunto della parte fissa e della parte variabile calcolata sulla base dell’inflazione italiana del semestre precedente; nel caso invece del Btp€i, l’inflazione presa a riferimento è quella europea e la parte variabile non viene liquidata al sottoscrittore, ma viene capitalizzata sul valore del titolo e rimborsata solamente a scadenza.

Inoltre nel Btp Italia l’inflazione presa a riferimento è quella italiana, leggermente più bassa negli ultimi anni di quella dell’area €, presa in esame per il Btp€i.

Il tasso minimo garantito sarà comunicato in data 26 maggio, il giorno prima dell’inizio del collocamento.

Trattandosi di un titolo con durata 7 anni, non è certamente adatto a chi non ha la certezza di poterlo mantenere fino alla scadenza; tuttavia il titolo sarà negoziabile a partire dal 04.06.2025 sul Mot, il mercato italiano delle obbligazioni, dove i prezzi di questa tipologia di strumenti risentono molto, oltre che dei tassi di interesse, anche delle aspettative di inflazione.

Lo strumento analogo sopra citato (collocato nel 2023) quota oggi intorno a 101,80 ma ad ottobre 2024 ha raggiunto una quotazione inferiore a 97.

BTP Più 2033

Le emissioni di titoli di stato riservate a clienti privati, sono diventate una consuetudine nel collocamento di titoli di stato Italiani; sono emissioni che si caratterizzano per avere clausole diverse rispetto alle emissioni storicamente e periodicamente emesse per rifinanziare il debito pubblico.

Bot, Cct e Bpt tradizionali, vengono emessi a scadenze programmate dallo Stato, differiscono per tipologia di tasso e durata ed hanno un mercato talmente ampio e liquido che probabilmente quasi tutti gli investitori li hanno avuti, più o meno frequentemente, nel loro portafoglio.

Negli ultimi anni, a queste emissioni, sono state affiancate emissioni riservate solamente ai clienti privati, aventi caratteristiche parzialmente diverse e condizioni leggermente più convenienti.

La novità di quest’anno è stata annunciata il 17 gennaio, riguarda l’emissione, nel mese di febbraio, di una tipologia di titolo a tasso fisso, step up, che propone una interessate novità per i risparmiatori.

Di seguito il link con il comunicato stampa del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Mef: https://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2025/BTP-Piu-dal-17-al-21-febbraio-in-emissione-il-primo-titolo-dedicato-al-retail-con-opzione-di-rimborso-anticipato-a-4-anni/

Il titolo ha la struttura del Btp Valore più volte emesso negli ultimi anni, avrà durata di 8 anni, cedole trimestrali, tasso fisso previsto per i primi 4 anni e un tasso superiore per i restanti 4 anni.

La novità che, a mio avviso, dovrebbe riscontrare notevole successo è l’opportunità, concessa a chi sottoscriverà nel periodo del collocamento, di esercitare l’opzione di rimborso anticipato a 100 al termine dei primi 4 anni.

Solamente chi sottoscriverà il titolo in emissione avrà questa opzione, chi invece lo acquisterà in seguito sul mercato, avrà un normale tasso fisso step up fino alla scadenza.

Negli ultimi anni sono arrivate sul mercato, per opera principalmente di importanti banche Europee e Americane, emissioni obbligazionarie che, in cambio di tassi apparentemente interessanti, inserivano nei titoli opzioni di rimborso anticipato esercitabili dall’emittente (tecnicamente definite Call).

In questo caso invece, l’opzione sarà a favore del sottoscrittore!

Questo consentirà, agli investitori che normalmente non prenderebbero in considerazione titoli di tale durata, di aderire.

Venerdì 14.02 verranno comunicati i tassi previsti per l’emissione, di certo serviranno tassi vicini alle attuali scadenze ad otto anni per garantire un adeguato riscontro del pubblico.

Deciderò pertanto all’ultimo momento se consigliare il titolo in emissione, per ora è importante sapere che l’opzione di rimborso anticipato a favore del cliente è un fattore estremamente importante che vale molto di più rispetto a qualche centesimo di rendimento annuo

Investire sfruttando a proprio favore l’asimmetria informativa

Molto spesso si parla in Italia di asimmetria informativa. A cosa si fa riferimento?

Ci si riferisce ad una trattativa nella quale una delle parti ha maggiori informazioni dell’altra e riesce a sfruttarle a proprio favore per ottenere condizioni migliori di quelle che otterrebbe in un mercato nel quale tutti avessero le stesse conoscenze.

Questo fenomeno, presente comunemente in un qualsiasi mercato, viene citato frequentemente come una delle cause delle difficoltà che incontrano i risparmiatori italiani quando si confrontano con intermediari finanziari.

A causa della insufficiente educazione finanziaria dei clienti, le controparti nel settore finanziario ed assicurativo (parlo del settore assicurativo che si occupa di copertura di rischi per privati e di risparmio gestito e previdenza) godono di un elevato vantaggio competitivo.

Un esempio estremamente semplice e probabilmente conosciuto da molti si sta verificando proprio in questo periodo in Italia: un importante banca europea ha in atto una campagna promozionale in Italia per acquisire clienti tramite c/c remunerati a tassi “apparentemente” fuori mercato per le banche nostrane. Ora, un mio cliente, informato della promozione, mi ha fatto notare come alcuni suoi amici abbiano “bollato” come rischiosa una banca che offra tassi di questo tipo.

Questo modo di pensare è sicuramente saggio, tuttavia per valutare se si tratta in questo caso di una banca “rischiosa” e dunque di un’offerta potenzialmente pericolosa, è necessario approfondire il mercato della raccolta a breve termine in Italia e la solvibilità della proponente stessa, che – togliamo subito il dubbio – è una delle più importanti e capitalizzate banche europee.

Ebbene, in questo periodo il tasso euribor ad un mese, che indica il corrispettivo praticato sul mercato interbancario per raccolta con questa durata è pari al 3,65%, mentre era al 3,85% ad inizio 2024, questi tassi consentono di remunerare la liquidità in c/c a tassi tra il 2 e il 3% senza regalare nulla.

Del resto, pur senza ottenere alcun risultato, la stessa Banca d’Italia ha più volte richiamato le banche italiane ad una maggiore attenzione alla forbice tra i tassi applicati sulla raccolta e quelli applicati sulle operazioni di prestito alla clientela.

Tant’è vero che il Governo, lo scorso anno, pensando di racimolare qualche ulteriore entrata, decise di introdurre una tassazione aggiuntiva sugli “extra profitti” maturati dal sistema bancario a seguito dei rialzi dei tassi a breve termine non girati ai clienti e del conseguente rialzo dei tassi sui prestiti a tasso variabile o sulle nuove erogazioni (subito invece applicati ai clienti stessi). Solo che, purtroppo, in sede di conversione del decreto, qualcuno pretese ed ottenne di subordinare la tassazione alla distribuzione di utili, con la prevedibile conseguenza che le banche, anziché far partecipare lo Stato e di conseguenza tutti i cittadini, al lauto banchetto, non abbiano fatto altro che aumentare le loro riserve patrimoniali, sempre comode in caso di difficoltà future.

L’esempio tratta del differenziale di interesse, tecnicamente definito spread, tra i tassi pagati ed incassati dalle banche, ma l’asimmetria informativa è presente in quasi tutti i casi nei quali il cliente si trova a prendere decisioni con il suo interlocutore bancario per investire, per assicurarsi o finanziarsi.

L’asimmetria informativa è “sfruttata” dal sistema finanziario per mantenere o addirittura migliorare i margini nei sui rapporti contrattuali, rendendo difficile per il cliente scegliere il proprio tornaconto.

Ora, con questo articolo propongo un modo diverso e utile agli investitori per condividere, almeno parzialmente, i vantaggi che l’asimmetria informativa fornisce alle banche e di conseguenza agli azionisti e a tutto il “personale” coinvolto nel processo distributivo.

Ho messo tra virgolette il termine “personale”, perché a godere di detti vantaggi sono, oltre che i dipendenti bancari propriamente detti, anche agenti di assicurazione, subagenti, consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (ex promotori), e i mediatori creditizi.

Come sfruttare questo come investitori?

In primo luogo avendo sempre chiaro il nostro ruolo sia quando siamo clienti, sia se decidessimo di diventare azionisti delle banche.

Alcune premesse vanno fatte a questo riguardo:

  • innanzitutto va detto che questo è un articolo che ha lo scopo di evidenziare un’opportunità creata da un mercato “poco efficiente”, non si tratta di un consiglio generalizzato, ed ognuno dovrà valutare con il proprio Consulente finanziario autonomo o con approfondite informazioni aggiuntive se e come trasformare il suggerimento che segue in operazioni di investimento;
  • acquistare azioni presuppone una adeguata conoscenza dello strumento, quindi non consiglio l’acquisto a chi non l’abbia mai fatto e non saprebbe valutarne i rischi;
  • molti investitori hanno nei loro portafogli fondi azionari, etf, singole azioni, o fondi assicurativi con importanti quote azionarie, tuttavia che vi è molta differenza tra acquistare un fondo azionario, un etf o singole azioni, in quest’ultimo caso si corre il “cosiddetto rischio specifico” il rischio cioè di incappare in aziende che in futuro potrebbero avere problemi sul mercato tali da far perdere valore al loro investimento, fino ad azzerarsi in casi limite.

Ne sanno qualcosa, dalle mie parti, i vecchi azionisti di Banca Marche, che persero tutto il capitale investito salvo poi essere parzialmente risarciti, con soldi di tutti i contribuenti, nella misura del 40%.

Quindi investire in singole azioni è rischioso, non consiglio di farlo a chi non lo ha mai fatto e non comprende tutte le implicazioni del caso.

Per coloro che invece ritengono interessante il mio ragionamento, consiglio di effettuare un ulteriore selezione.

Il fenomeno di cui stiamo parlando è generalizzato per il mercato finanziario italiano, tuttavia io prediligo investire in banche specializzate nella distribuzione di prodotti finanziari e poco attive invece nei finanziamenti a famiglie e aziende.

Questo perché finanziare imprese e famiglie equivale a legarsi a doppio filo alle congiunture economiche dell’intero Paese, invece in questo caso, ho intenzione di privilegiare un settore di nicchia del sistema bancario, quello che ha principalmente ricavi legati alla vendita di prodotti finanziari e alla gestione del risparmio.

Vi è in atto da anni un trend che favorisce banche-reti, così definite perché  utilizzano “reti di cfaofs” anziché filiali tradizionali per la loro attività.

Il business di questa particolare tipologia di banca è più soggetto degli altri alle fluttuazioni dei mercati finanziari, il ribasso dei mercati produce minori margini in commissioni di performance, riduce le masse dove vengono applicate le commissioni e induce i clienti a prendere meno rischi; tuttavia la loro organizzazione riduce i costi fissi e in parte assorbe i minori margini con minori commissioni pagate agli agenti.

Sono casi perfetti per il mio ragionamento i seguenti titoli: Banca Mediolanum, Banca Fineco, Azimut, Banca Generali e Credito Emiliano.

L’ultima dell’elenco merita qualche informazione aggiuntiva. Parliamo apparentemente di una banca regionale come altre, che includo nella selezione per due motivi:

  • perché controlla società di gestione del risparmio e di distribuzione finanziaria;
  • perché è una banca estremamente attenta alla qualità dei crediti, “prestando” a privati ed aziende con molta più selettività rispetto ad altri competitor.

L’elenco sopra riportato prevede 5 titoli, ma potremmo allargare la selezione inserendo il titolo Poste Italiane, ed in questo caso il paniere diverrebbe più diversificato e meno volatile rispetto agli andamenti dei mercati finanziari.

Poste Italiane sta rapidamente trasformandosi in player finanziario, grazie al sempre maggior contributo agli utili dato dalla vendita dei prodotti finanziari e dalla gestione della omonima compagnia assicurativa, a differenza di quanto avveniva nel passato, quando un peso maggiore era fornito dalla consegna di posta e piccoli pacchi.

Se qualcuno volesse cimentarsi in questo investimento, che dovrebbe sempre limitarsi ad una piccola quota dell’intero investimento azionario, potrebbe dividere la somma in 5 oppure 6 quote.

Annualmente oltre alle oscillazioni di valore tipiche dell’azionario, avrebbe dividendi lordi che ai valori di oggi equivalgono al 5,58% lordo del valore investito escludendo dal paniere Poste Italiane, 5,75% nel caso venga inclusa.

I dividendi sono variabili nel tempo, quindi questo dato potrebbe oscillare in maniera significativa, anche se il trend di questo piccolo paniere è in crescita da anni.

Maggiore è la concentrazione del rischio in un unico titolo o settore, maggiore sarà il rischio.

 Quindi attenzione sempre a dove investire e per quale obiettivo.

Investire diversificando  in azioni dei principali paesi industrializzati è sicuramente meno rischioso che investire in un solo paese, a maggior ragione se parliamo di un settore specifico.

L’articolo ha lo scopo di evidenziare come ogni attività produca molteplici conseguenze per chi è cliente, azionista, od operatore del settore. Ogni soggetto economico ha interessi diversi rispetto al ruolo che riveste nell’operazione.

 

 

 

 

 

“Fee only” consulenza su base indipendente o gioco delle tre carte?

Nel precedente post riguardante i costi, avevo preannunciato una veloce spiegazione sulla modalità di consulenza utilizzata da molte banche e definita sommariamente “fee only”.

Con fee only, si dovrebbe intendere una consulenza che prevede solamente un corrispettivo con parcella.
Nella modalità di utilizzo più consueta invece, avviene questo:
la banca distribuisce prodotti finanziari propri e di terzi e viene remunerata tramite una % di commissioni retrocesse; nella modalità “fee only” questa % non sarebbe più di competenza della banca ma verrebbe stornata al cliente, in cambio di una commissione “consulenza”.

La banca evidenzia un addebito a fronte di un’ attività di consulenza su propri prodotti, ma consulenza “fee only” non significa “consulenza su base indipendente”?

  • Il regolamento Consob 20307 del 2018 stabilisce quando una consulenza può fregiarsi della denominazione “su base indipendente”, in tutti gli altri casi, non lo è.
  • I consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria valutano una congrua gamma di strumenti finanziari disponibili sul mercato, che devono essere sufficientemente diversificati in termini di tipologia ed emittenti o fornitori di prodotti.

 Quindi consigliare principalmente strumenti di un solo emittente non è possibile!

  • I consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria definiscono e attuano un processo di selezione allo scopo di valutare e confrontare una congrua gamma di strumenti finanziari disponibili sul mercato.

Il processo di selezione comprende i seguenti elementi:

1 – il numero e la varietà degli strumenti finanziari considerati sono proporzionati all’ambito del servizio di consulenza prestato;

2- il numero e la varietà degli strumenti finanziari considerati sono adeguatamente rappresentativi degli strumenti finanziari disponibili sul mercato;

3 – i criteri per la selezione dei vari strumenti finanziari comprendono tutti gli aspetti d’interesse, quali rischi, costi e complessità, nonché le caratteristiche dei clienti dei consulenti finanziari autonomi e delle società di consulenza finanziaria, e assicurano che la selezione degli strumenti che potrebbero essere raccomandati sia obiettiva.

Capisco che entrare in questi meccanismi sia complicato per chi non è un esperto della materia, il vostro interlocutore vi “giurerà” su ciò che ha di più caro che non vi è differenza tra un consulente finanziario autonomo (Cfa), che emette parcella e un Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (Cfaofs), che vi dirà che è la banca ad emettere parcella se desiderate pagare “solamente” la consulenza.

 Per togliervi ogni dubbio potete fare due semplici controlli:

 

 

Il costo della consulenza indipendente – confronti con i costi sostenuti per la consulenza strumentale alla vendita

Capita spesso di leggere articoli riguardanti i costi della consulenza finanziaria.

Prima di entrare nel dettaglio chiariamo che i costi possono essere espliciti, come la  parcella emessa da un Consulente finanziario autonomo, Cfa, libero professionista iscritto alla sezione consulenti autonomi dell’ocf, oppure da una Scf (società di consulenza finanziaria, anche una società per svolgere l’attività deve avvalersi di persone fisiche iscritte alla sezione sopra citata).

Oppure una parcella per consulenza non indipendente, ed in questo caso ad emetterla possono essere sia banche tradizionali, sia banche specializzate nella vendita di prodotti finanziari, sia Sim.

Nel caso l’attività venga svolta da una banca tradizionale presso le proprie filiali, non è indispensabile avvalersi di Consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (Cfaofs), nel caso invece in cui queste attività vengano svolte fuori dalle filiali, è necessario avvalersi di un cfaofs.

Mai un cfaofs, a differenza di quanto sopra riportato per un Cfa, può emettere autonomamente fattura, ma sarà sempre un dipendente o un agente di commercio al servizio di una azienda mandante.

Questa distinzione è fondamentale perché troppo spesso si sente dire “ho il mio consulente!”; la denominazione utilizzata è corretta, sia pur estremamente abbreviata, ma basilare è capire chi paga quel consulente, e se non è il cliente, non può essere un Cfa.

Agli inizi della mia attività, oltre 20 anni fa, le banche cercavano di dissuadere i miei clienti dicendo: perché pagare per un servizio che la banca presta gratuitamente?

Chiaramente nulla viene offerto gratuitamente, ma è vero che in quegli anni era più difficile per un cliente conoscere quale costo implicito, cioè compreso tra tutti i costi addebitati, era proprio dell’attività di vendita dei prodotti e quale costo invece era quello necessario per l’attività di gestione vera e propria.

Dal 2018, per fortuna, con la direttiva Mifid 2, le cose sono notevolmente cambiate, ora le banche devono inviare, per posta cartacea o con comunicazioni online, il dettaglio dei costi pagati e la suddivisione tra componente relativa alla vendita e quella invece relativa alla gestione.

L’obbligo di inviare questa comunicazione esiste anche per i Cfa che ogni anno devono inviarla entro i due mesi successivi alla fine dell’anno solare; per le banche, meno strutturate e organizzate di un libero professionista, deve essere inviata entro 4 mesi.

Ironia a parte, l’obbligo di inviare la documentazione, ha tolto di mezzo il dubbio sul costo dell’attività prestata da filiali bancarie e Cfaofs.

Ora la difesa utilizzata da chi offre attività strumentale alla vendita dei prodotti è:

“I costi sono più o meno similari tra i clienti che scelgono le due diverse modalità di consulenza, ed anzi, se si unissero i costi veri e propri della consulenza su base indipendente ai costi che obbligatoriamente deve sostenere un cliente per mettere in pratica i consigli ricevuti, i due costi sarebbero equiparabili”.

Per smontare anche questa tesi, iniziamo a parlare di numeri e di %.

Il costo di un portafoglio “consigliato” da una banca o da una rete di Cfaofs può essere chiaramente molto diverso l’uno dall’altro, ma per esperienza possiamo considerare un costo dell’1,50% l’anno come un valore estremamente basso, un costo del 2% come un costo medio e costi superiori a questi valori, si arriva a volte a superare il 3-4%, come dei valori esorbitanti, giustificabili solamente con la necessità  di remunerare le reti di vendita.

Nella gestione del risparmio avviene infatti un fenomeno impensabile in altri settori, prodotti con qualità inferiore possono avere costi molto superiori a quelli da preferire.

Il costo della consulenza su base indipendente è lasciata alla libera trattazione tra il cliente e il libero professionista o la scf, possiamo comunque dire che un valore medio dell’1% l’anno sia quello più utilizzato per portafogli di entità media, tra i 200.000€ e i 500.000 €.

Se volessimo sommare a questo 1% anche i costi sostenuti per comprare gli strumenti finanziari e per la loro gestione, potremmo raggiungere valori medi omnicomprensivi intorno all’1,50%, valore sopra indicato come mediamente basso per un’attività di consulenza di tipo tradizionale.

Quindi, mal che vada, un cliente pagherebbe costi nella fascia bassa di prezzo.

Ma i vantaggi non finiscono qui anzi, aumentano anno dopo anno, vediamo il perché.

Un Cfa, svolge un importante lavoro nella fase iniziale di acquisizione del cliente, sia per attività burocratiche sia per conoscere e personalizzare l’attività di consulenza sulla base di quanto effettivamente utile alle esigenze del cliente, per questo motivo, capita molto spesso che il valore iniziale della parcella venga successivamente ridotto per tener conto del minor lavoro negli anni successivi.

Inoltre il Cfa, oltre a studiare singolarmente ogni posizione personale e familiare del cliente, aiuta lo stesso a scegliere l’intermediario con il rapporto qualità/prezzo migliore, attività che non sarebbe mai possibile chiedere ad una banca che, chiaramente, come primo requisito consiglierà di utilizzare propri prodotti e alle condizioni praticate.

L’attività svolta dal Cfa, attraversa fasi molto diverse dei mercati finanziari, delle politiche monetarie e delle politiche fiscali, avvalersi di un professionista senza vincoli di mandato può consentire di sfruttare remunerazioni su c/c e depositi più alti, rispetto alla banca tradizionalmente utilizzata, può consentire di scegliere strumenti finanziari con un più efficace trattamento fiscale, può consentire di rimanere liquidi quando le condizioni dei mercati lo consigliano, ecc.

Nel 2022, gran parte delle perdite dei portafogli si sono verificati perché banche e Cfaofs non “potevano” confessare una verità semplice ma sconveniente per il sistema bancario, non aveva alcun senso investire in obbligazioni, ne direttamente ne indirettamente, quando i tassi erano a zero o sotto zero, perché, come poi si è verificato, un rialzo dei rendimenti avrebbe procurato perdite estremamente elevate in relazione ai possibili rendimenti realizzabili in quel periodo storico.

Ma non è ancora tutto, vi è una motivazione più importante di tutti i confronti che si possono realizzare.

Utilizzare un Cfa fornisce al cliente una esperienza completamente nuova, apprenderà nozioni che gli saranno utili per tutta la vita e sarà affiancato e supportato io ogni sua scelta fin quando vorrà, ma nel momento che deciderà di proseguire da solo avrà un portafoglio con un costo irrisorio che sarà in grado di gestire in completa autonomia.

Continuare ad utilizzare la consulenza strumentale alla vendita significa invece avere sempre portafogli inefficienti, difficili da spostare tra intermediari e con costi che saranno sempre mediamente elevati.