Previdenza Complementare 2026: Tra Nuove Libertà e Trappole di Liquidità

La riforma della previdenza complementare, che entrerà nel vivo il 1° luglio 2026, introduce una novità attesa da anni: la portabilità del contributo datoriale. Per la prima volta, i lavoratori dipendenti potranno trasferire la propria posizione verso Fondi Pensione Aperti (FPA) o PIP senza perdere il contributo del datore di lavoro.

Tuttavia, come Consulente Finanziario Autonomo (CFA), ritengo doveroso analizzare questa “libertà” sotto una lente critica, distinguendo tra opportunità reale e rischi per il patrimonio del risparmiatore.

  1. Il confronto costi-benefici: Valutare caso per caso

L’industria del risparmio gestito sta già scaldando i motori per attrarre i flussi dei fondi negoziali, ma la scelta di abbandonare il “fondo di categoria” non deve essere ideologica, bensì matematica.

  • Il peso dell’ISC: Se il fondo negoziale ha un costo (ISC) dello 0,3% e il fondo aperto proposto ha un costo dell’1,2%, il risparmiatore sta accettando un’ipoteca certa dell’1% annuo sul proprio capitale.
  • L’erosione del contributo: In un orizzonte di 30 anni, questo differenziale di costo può arrivare a divorare oltre il 20% del montante finale. Paradossalmente, le maggiori commissioni pagate al FPA possono annullare completamente il beneficio economico del contributo datoriale “portato con sé”.

Il consiglio del CFA: Il trasferimento ha senso solo se il fondo negoziale offre comparti eccessivamente prudenti (incapaci di generare rendimento nel lungo periodo) e se il fondo aperto selezionato garantisce un’efficienza di costo tale da non vanificare il contributo aziendale.

  1. La “Compensazione Invisibile”: Portabilità e Accordi ABI-Governo

Un’analisi onesta non può ignorare il retroscena politico-fiscale di questa manovra. La concessione della portabilità del contributo datoriale giunge in un momento di forte tensione tra il Governo e il settore bancario-assicurativo.

Gli accordi con l’ABI per una maggiore tassazione e il rinvio delle deduzioni sulle DTA (Deferred Tax Assets) hanno messo pressione sui bilanci degli istituti di credito. In questo contesto, l’apertura alla portabilità appare quasi come una “partita di giro”: lo Stato chiede sacrifici fiscali immediati alle banche, ma in cambio apre loro le porte dei Fondi Negoziali, fino ad oggi protetti.

Il rischio concreto è che il costo della maggiore tassazione sulle banche venga indirettamente ribaltato sui lavoratori attraverso commissioni di gestione più elevate, trasformando una conquista sociale in un sussidio indiretto al sistema finanziario.

  1. L’impatto reale sui numeri: Un caso studio

Per capire come i costi possano neutralizzare i vantaggi, ipotizziamo un lavoratore con una RAL di 35.000 € e un contributo datoriale del 2% (700 €/anno) su un orizzonte di 20 anni.

Voce di confronto Fondo Negoziale (ISC 0,3%) Fondo Aperto (ISC 1,5%) Differenza (Danno)
Versamento Annuo Totale € 1.400 € 1.400
Montante Finale Lordo € 42.600 € 36.900 – € 5.700
Costi di Gestione Totali € 1.480 € 7.180 + € 5.700

Risultato: In 20 anni, il 40,7% del contributo ricevuto dal datore di lavoro viene letteralmente “mangiato” dai costi di gestione più elevati del fondo aperto.

  1. La “Trappola di Liquidità”: Oltre la deducibilità

Esiste poi il rischio di eccedere nei versamenti volontari per inseguire il nuovo tetto di deducibilità a 5.300 €, ignorando i limiti di liquidabilità dello strumento.

  • Efficienza del TFR: Conferire il TFR è quasi sempre vincente grazie alla tassazione agevolata (fino al 9%). Si ottimizza un capitale che sarebbe comunque indisponibile.
  • L’eccesso di contribuzione: Vincolare quote eccessive di risparmio oltre il TFR può essere un errore. A differenza di un portafoglio costruito con ETF (costi 0,15% – 0,25%), il fondo pensione “sequestra” le somme fino al pensionamento, salvo casistiche limitate e burocraticamente onerose.
  1. La zona d’ombra: I lavoratori dimenticati

Infine, la riforma abilita la portabilità di un diritto, ma non ne garantisce l’esistenza per tutti. Per i lavoratori in settori privi di previdenza di categoria, non è prevista alcuna misura che introduca il contributo datoriale obbligatorio. Questi restano “cittadini previdenziali di serie B”, costretti a risparmiare senza il polmone del contributo aziendale.

Conclusioni

La riforma 2026 richiede una consulenza ancora più attenta e priva di conflitti di interesse. La scelta non è tra “fondo chiuso o fondo aperto”, ma tra efficienza o inefficienza.

Saturare la previdenza complementare solo per il vantaggio fiscale immediato, trascurando la rigidità dello strumento e l’impatto dei costi occulti, può rivelarsi un boomerang finanziario. Una corretta pianificazione deve bilanciare l’ottimizzazione del TFR con la flessibilità di un portafoglio liquido in ETF, calibrando ogni mossa sulla base di numeri certi, non di promesse di rendimento.

Non tutti gli investimenti sono tassati allo stesso modo, lo sapevi?

Investire non significa solo scegliere prodotti con il potenziale di crescita più alto, ma anche comprendere come le norme fiscali agiscono sui tuoi guadagni. La vera misura del successo non è il rendimento lordo, ma il rendimento netto che effettivamente finisce nelle tue tasche.

Gli Aspetti Essenziali della Tassazione Finanziaria

1. Aliquote Fiscali Standard e Agevolate
– La maggior parte dei proventi finanziari è tassata al 26% (azioni, obbligazioni societarie, Fondi e ETF).
– Solo i Titoli di Stato italiani ed equiparati beneficiano dell’aliquota agevolata del 12,5%.
– Impatto Cruciale: A parità di rendimento lordo, gli strumenti al 12,5% offrono un rendimento netto significativamente superiore.

2. Redditi di Capitale vs. Redditi Diversi: La Compensabilità
– Redditi Diversi (plusvalenze da azioni, obbligazioni e derivati) sono l’unica categoria i cui guadagni possono compensare le minusvalenze pregresse.
– Redditi di Capitale (proventi da Fondi Comuni, ETF e dividendi) non sono compensabili con le minusvalenze.

3. L’ Inefficienza nel Regime Amministrato (Fondi e ETF)
– La plusvalenza da Fondi Comuni e ETF non può essere compensata con la minusvalenza, anche se realizzata sullo stesso conto.
– Rischio: L’investitore paga l’imposta sul guadagno (Reddito di Capitale) e la perdita (Reddito Diverso) resta bloccata nello zainetto fiscale, rischiando di scadere inutilizzata.

4. La Trappola del Multi-Broker in Regime Amministrato
– Ogni intermediario in Regime Amministrato gestisce il tuo “zainetto fiscale” in modo
separato e non comunicante.
– Se realizzi un guadagno con il Broker A e una perdita con il Broker B, il guadagno sarà tassato immediatamente e la perdita non potrà compensarlo, portando a inefficienze evitabili.
– Soluzione: È consigliabile consolidare gli zainetti fiscali o optare per il Regime
Dichiarativo.

5. I Regimi Fiscali: Chi Paga e Quando
– Regime Amministrato: L’Intermediario paga l’imposta ad ogni realizzo (Comodità).
– Regime Dichiarativo: L’Investitore dichiara e paga le imposte annualmente (Flessibilità Massima nella compensazione, obbligatorio per i broker esteri).
– Regime Gestito: La Società di Gestione paga l’imposta sul risultato netto della gestione.

6. Tassazione delle Cedole: Rischio Tassazione sul Capitale
– Le cedole distribuite dai Fondi Comuni e dagli ETF vengono tassate immediatamente
(26%).
– L’investitore rischia di pagare l’imposta su un importo che, al riscatto finale, si rivela essere un rimborso del proprio capitale e una perdita economica.

7. Il Caso Limite: Le Unit Linked e la Perdita Irrecuperabile
– Le Polizze Unit Linked offrono il differimento d’imposta ma, in caso di disinvestimento in perdita, le minusvalenze generate non sono fiscalmente rilevanti.
– Conseguenza: La perdita realizzata su una polizza non può essere inserita nello zainetto fiscale e non è in alcun modo compensabile.

8. Il Rischio di Doppia Tassazione per Emittenti Esteri
– I redditi (dividendi/interessi) da emittenti esteri sono soggetti a tassazione nel Paese di origine e nuovamente in Italia (26%).
– Citazione Essenziale: “Nonostante le Convenzioni contro le doppie imposizioni e la possibilità di richiedere il Credito d’Imposta in Italia, la gestione di questo recupero rende il calcolo del rendimento netto ancora più complesso e spesso meno efficiente, specialmente sui piccoli importi.”

Conclusione: Una strategia di investimento vincente non può prescindere da una pianificazione fiscale attiva. Ignorare la tassazione è il modo più rapido per erodere il tuo rendimento netto.

Il Mistero degli “Extra Profitti delle Banche”: Tra Economia, Rischio e la Proposta di Riforma

Introduzione

Il termine “extra profitti delle banche” è diventato un pilastro della comunicazione politica, in Italia e in Europa, fungendo da giustificazione per l’introduzione di prelievi straordinari. Ma cosa sono esattamente questi profitti e da dove derivano i guadagni eccezionali che hanno infiammato il dibattito? L’analisi è complessa: si intersecano il ciclo economico, la regolamentazione post-crisi e i modelli di business bancario.

  1. La Definizione Controversa: Il Margine di Interesse

Nel linguaggio comune e politico, gli “extra profitti” si riferiscono al balzo in avanti degli utili registrato dalle banche a seguito del rapido e significativo aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea (BCE) per combattere l’inflazione.

Il meccanismo è semplice e si concentra sul Margine di Interesse Netto (NII), che è la differenza tra gli interessi attivi incassati e gli interessi passivi pagati:

  • Tassi Attivi (Ricavi): Le banche hanno trasferito tempestivamente e in misura elevata gli aumenti della BCE sui prestiti (mutui, finanziamenti).
  • Tassi Passivi (Costi): I tassi di remunerazione offerti sui depositi ai correntisti e depositanti sono stati aumentati in misura molto più lenta e ridotta.

Questo disallineamento ha ampliato lo spread tra tassi attivi e passivi, generando un NII eccezionalmente elevato in un breve periodo.

  1. Oltre gli Interessi: Commissioni e la Qualità dei Ricavi

Una banca moderna ottiene ricavi anche da fonti più stabili e strutturali. Tuttavia, è proprio qui che si annidano i margini “facili” che alimentano le critiche:

  • Ricavi da Servizi (Commissioni): Sono i guadagni derivanti da bonifici, canoni, utilizzo delle carte e servizi transazionali. Sono ricavi stabili e a basso rischio operativo.
  • Risparmio Gestito (Asset Management): I ricavi provengono dalle commissioni di gestione e collocamento su fondi comuni, polizze e gestioni patrimoniali.

Il Nodo della Consulenza Strumentale

Questi ricavi da servizi sollevano questioni etiche e di mercato:

  • Consulenza Strumentale alla Vendita (Non Indipendente): La maggior parte delle banche adotta un modello in cui il consulente è incentivato a vendere i prodotti del gruppo, grazie alle retrocessioni (commissioni) percepite dal gestore del fondo.
  • Ricavi a Basso Rischio: Questi margini sono considerati “facili” perché la banca non espone il proprio capitale al rischio di investimento (che ricade sul cliente) e guadagna doppiamente: dalla vendita e dalla gestione interna del prodotto.
  1. Il Dibattito Politico: Le Tesi a Confronto

La Tesi Politica (Perché Tassare)

I sostenitori della tassazione si basano su due pilastri:

  1. Guadagno Imprevisto: I profitti non derivano dal merito o dall’efficienza della banca, ma sono un “dono” della politica monetaria della BCE, che andrebbe in parte redistribuito.
  2. Equità Sociale: La tassa serve a finanziare misure di sostegno per famiglie e imprese penalizzate dall’aumento dei tassi (mutui più cari), ristabilendo un principio di equità.

La Contro-Tesi Finanziaria (Perché Non Tassare)

Il settore bancario e gli economisti criticano la misura, definendola distorsiva:

  1. Normalizzazione Ciclica: Gli utili attuali sono una fisiologica ripresa dopo un decennio (2012-2022) di tassi a zero o negativi, in cui i margini erano compressi.
  2. Rischio Strutturale Ridotto: Dopo la crisi del 2008/2010, le banche hanno dovuto ridurre drasticamente l’esposizione al rischio (es. riducendo i prestiti al consumo) e rispettare requisiti patrimoniali molto più stringenti. Gli utili servono a rafforzare il capitale (CET1), garantendo stabilità finanziaria.
  3. Garanzie Pubbliche: L’enorme mole di prestiti concessi alle imprese post-COVID è avvenuta con garanzie statali (es. SACE). Ciò ha permesso alle banche di aumentare il volume dei prestiti con un rischio di insolvenza molto attenuato, in un contesto di supporto istituzionale.
  4. Rischio di Distorsione: Sottrarre capitale con una tassa straordinaria può costringere le banche a rallentare l’erogazione del credito o ad aumentare i costi per i clienti in futuro, penalizzando l’economia reale.
  1. L’Alternativa Strutturale: Vietare le Retrocessioni

La vera questione non è come tassare un evento eccezionale, ma come riformare il sistema per renderlo più equo e competitivo a lungo termine.

Anziché ricorrere a tasse occasionali e di emergenza, una soluzione strutturale sarebbe l’intervento sui ricavi più stabili e controversi: vietare le retrocessioni sui prodotti del risparmio gestito.

Modello Attuale (Retrocesso) Modello Proposto (Indipendente)
Banca: Guadagna commissioni dai produttori. Banca/Consulente: È pagato solo dal cliente (fee-only).
Cliente: Paga commissioni nascoste, rendimenti inferiori. Cliente: Paga un costo esplicito, ottiene rendimenti maggiori.
Mercato: Bassa competizione sui servizi, alto conflitto di interessi. Mercato: Alta competizione sulla qualità e sull’efficienza del prodotto.

Beneficio per la Collettività:

Vietare le retrocessioni costringerebbe le banche a competere sulla qualità della consulenza, ridurrebbe in modo strutturale i margini sui servizi e, soprattutto, trasferirebbe ricchezza direttamente ai cittadini e ai risparmiatori, aumentando il rendimento netto dei loro investimenti.

Questa riforma agirebbe alla radice, risolvendo il conflitto di interessi e rendendo il sistema finanziario più efficiente e meritocratico.

BTP ITALIA 04.06.2032

Il Ministero Economia e Finanza ha annunciato lo scorso 23.04 l’emissione di questo titolo nei giorni 27-29 Maggio, di seguito il comunicato stampa:

https://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2025/Torna-Btp-Italia-nuova-emissione-da-martedi-27-maggio/

Da più di 2 anni non veniva collocato un titolo con queste caratteristiche e l’ultimo, collocato a Marzo 2023, ha isin IT0005532723.

Le principali caratteristiche dell’emissione sono:

  • durata 7 anni; cedole semestrali aventi un tasso fisso minimo, più una parte variabile legata all’inflazione italiana;
  • premio aggiuntivo pari all’1% per i sottoscrittori che manterranno il titolo fino a scadenza (04.06.2032).

Questa tipologia di titoli denominata “Btp Italia”, si differenzia dai “Btp€i”, collocati principalmente per grandi investitori, per il pagamento semestrale congiunto della parte fissa e della parte variabile calcolata sulla base dell’inflazione italiana del semestre precedente; nel caso invece del Btp€i, l’inflazione presa a riferimento è quella europea e la parte variabile non viene liquidata al sottoscrittore, ma viene capitalizzata sul valore del titolo e rimborsata solamente a scadenza.

Inoltre nel Btp Italia l’inflazione presa a riferimento è quella italiana, leggermente più bassa negli ultimi anni di quella dell’area €, presa in esame per il Btp€i.

Il tasso minimo garantito sarà comunicato in data 26 maggio, il giorno prima dell’inizio del collocamento.

Trattandosi di un titolo con durata 7 anni, non è certamente adatto a chi non ha la certezza di poterlo mantenere fino alla scadenza; tuttavia il titolo sarà negoziabile a partire dal 04.06.2025 sul Mot, il mercato italiano delle obbligazioni, dove i prezzi di questa tipologia di strumenti risentono molto, oltre che dei tassi di interesse, anche delle aspettative di inflazione.

Lo strumento analogo sopra citato (collocato nel 2023) quota oggi intorno a 101,80 ma ad ottobre 2024 ha raggiunto una quotazione inferiore a 97.

BTP Più 2033

Le emissioni di titoli di stato riservate a clienti privati, sono diventate una consuetudine nel collocamento di titoli di stato Italiani; sono emissioni che si caratterizzano per avere clausole diverse rispetto alle emissioni storicamente e periodicamente emesse per rifinanziare il debito pubblico.

Bot, Cct e Bpt tradizionali, vengono emessi a scadenze programmate dallo Stato, differiscono per tipologia di tasso e durata ed hanno un mercato talmente ampio e liquido che probabilmente quasi tutti gli investitori li hanno avuti, più o meno frequentemente, nel loro portafoglio.

Negli ultimi anni, a queste emissioni, sono state affiancate emissioni riservate solamente ai clienti privati, aventi caratteristiche parzialmente diverse e condizioni leggermente più convenienti.

La novità di quest’anno è stata annunciata il 17 gennaio, riguarda l’emissione, nel mese di febbraio, di una tipologia di titolo a tasso fisso, step up, che propone una interessate novità per i risparmiatori.

Di seguito il link con il comunicato stampa del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Mef: https://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2025/BTP-Piu-dal-17-al-21-febbraio-in-emissione-il-primo-titolo-dedicato-al-retail-con-opzione-di-rimborso-anticipato-a-4-anni/

Il titolo ha la struttura del Btp Valore più volte emesso negli ultimi anni, avrà durata di 8 anni, cedole trimestrali, tasso fisso previsto per i primi 4 anni e un tasso superiore per i restanti 4 anni.

La novità che, a mio avviso, dovrebbe riscontrare notevole successo è l’opportunità, concessa a chi sottoscriverà nel periodo del collocamento, di esercitare l’opzione di rimborso anticipato a 100 al termine dei primi 4 anni.

Solamente chi sottoscriverà il titolo in emissione avrà questa opzione, chi invece lo acquisterà in seguito sul mercato, avrà un normale tasso fisso step up fino alla scadenza.

Negli ultimi anni sono arrivate sul mercato, per opera principalmente di importanti banche Europee e Americane, emissioni obbligazionarie che, in cambio di tassi apparentemente interessanti, inserivano nei titoli opzioni di rimborso anticipato esercitabili dall’emittente (tecnicamente definite Call).

In questo caso invece, l’opzione sarà a favore del sottoscrittore!

Questo consentirà, agli investitori che normalmente non prenderebbero in considerazione titoli di tale durata, di aderire.

Venerdì 14.02 verranno comunicati i tassi previsti per l’emissione, di certo serviranno tassi vicini alle attuali scadenze ad otto anni per garantire un adeguato riscontro del pubblico.

Deciderò pertanto all’ultimo momento se consigliare il titolo in emissione, per ora è importante sapere che l’opzione di rimborso anticipato a favore del cliente è un fattore estremamente importante che vale molto di più rispetto a qualche centesimo di rendimento annuo

Investire sfruttando a proprio favore l’asimmetria informativa

Molto spesso si parla in Italia di asimmetria informativa. A cosa si fa riferimento?

Ci si riferisce ad una trattativa nella quale una delle parti ha maggiori informazioni dell’altra e riesce a sfruttarle a proprio favore per ottenere condizioni migliori di quelle che otterrebbe in un mercato nel quale tutti avessero le stesse conoscenze.

Questo fenomeno, presente comunemente in un qualsiasi mercato, viene citato frequentemente come una delle cause delle difficoltà che incontrano i risparmiatori italiani quando si confrontano con intermediari finanziari.

A causa della insufficiente educazione finanziaria dei clienti, le controparti nel settore finanziario ed assicurativo (parlo del settore assicurativo che si occupa di copertura di rischi per privati e di risparmio gestito e previdenza) godono di un elevato vantaggio competitivo.

Un esempio estremamente semplice e probabilmente conosciuto da molti si sta verificando proprio in questo periodo in Italia: un importante banca europea ha in atto una campagna promozionale in Italia per acquisire clienti tramite c/c remunerati a tassi “apparentemente” fuori mercato per le banche nostrane. Ora, un mio cliente, informato della promozione, mi ha fatto notare come alcuni suoi amici abbiano “bollato” come rischiosa una banca che offra tassi di questo tipo.

Questo modo di pensare è sicuramente saggio, tuttavia per valutare se si tratta in questo caso di una banca “rischiosa” e dunque di un’offerta potenzialmente pericolosa, è necessario approfondire il mercato della raccolta a breve termine in Italia e la solvibilità della proponente stessa, che – togliamo subito il dubbio – è una delle più importanti e capitalizzate banche europee.

Ebbene, in questo periodo il tasso euribor ad un mese, che indica il corrispettivo praticato sul mercato interbancario per raccolta con questa durata è pari al 3,65%, mentre era al 3,85% ad inizio 2024, questi tassi consentono di remunerare la liquidità in c/c a tassi tra il 2 e il 3% senza regalare nulla.

Del resto, pur senza ottenere alcun risultato, la stessa Banca d’Italia ha più volte richiamato le banche italiane ad una maggiore attenzione alla forbice tra i tassi applicati sulla raccolta e quelli applicati sulle operazioni di prestito alla clientela.

Tant’è vero che il Governo, lo scorso anno, pensando di racimolare qualche ulteriore entrata, decise di introdurre una tassazione aggiuntiva sugli “extra profitti” maturati dal sistema bancario a seguito dei rialzi dei tassi a breve termine non girati ai clienti e del conseguente rialzo dei tassi sui prestiti a tasso variabile o sulle nuove erogazioni (subito invece applicati ai clienti stessi). Solo che, purtroppo, in sede di conversione del decreto, qualcuno pretese ed ottenne di subordinare la tassazione alla distribuzione di utili, con la prevedibile conseguenza che le banche, anziché far partecipare lo Stato e di conseguenza tutti i cittadini, al lauto banchetto, non abbiano fatto altro che aumentare le loro riserve patrimoniali, sempre comode in caso di difficoltà future.

L’esempio tratta del differenziale di interesse, tecnicamente definito spread, tra i tassi pagati ed incassati dalle banche, ma l’asimmetria informativa è presente in quasi tutti i casi nei quali il cliente si trova a prendere decisioni con il suo interlocutore bancario per investire, per assicurarsi o finanziarsi.

L’asimmetria informativa è “sfruttata” dal sistema finanziario per mantenere o addirittura migliorare i margini nei sui rapporti contrattuali, rendendo difficile per il cliente scegliere il proprio tornaconto.

Ora, con questo articolo propongo un modo diverso e utile agli investitori per condividere, almeno parzialmente, i vantaggi che l’asimmetria informativa fornisce alle banche e di conseguenza agli azionisti e a tutto il “personale” coinvolto nel processo distributivo.

Ho messo tra virgolette il termine “personale”, perché a godere di detti vantaggi sono, oltre che i dipendenti bancari propriamente detti, anche agenti di assicurazione, subagenti, consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (ex promotori), e i mediatori creditizi.

Come sfruttare questo come investitori?

In primo luogo avendo sempre chiaro il nostro ruolo sia quando siamo clienti, sia se decidessimo di diventare azionisti delle banche.

Alcune premesse vanno fatte a questo riguardo:

  • innanzitutto va detto che questo è un articolo che ha lo scopo di evidenziare un’opportunità creata da un mercato “poco efficiente”, non si tratta di un consiglio generalizzato, ed ognuno dovrà valutare con il proprio Consulente finanziario autonomo o con approfondite informazioni aggiuntive se e come trasformare il suggerimento che segue in operazioni di investimento;
  • acquistare azioni presuppone una adeguata conoscenza dello strumento, quindi non consiglio l’acquisto a chi non l’abbia mai fatto e non saprebbe valutarne i rischi;
  • molti investitori hanno nei loro portafogli fondi azionari, etf, singole azioni, o fondi assicurativi con importanti quote azionarie, tuttavia che vi è molta differenza tra acquistare un fondo azionario, un etf o singole azioni, in quest’ultimo caso si corre il “cosiddetto rischio specifico” il rischio cioè di incappare in aziende che in futuro potrebbero avere problemi sul mercato tali da far perdere valore al loro investimento, fino ad azzerarsi in casi limite.

Ne sanno qualcosa, dalle mie parti, i vecchi azionisti di Banca Marche, che persero tutto il capitale investito salvo poi essere parzialmente risarciti, con soldi di tutti i contribuenti, nella misura del 40%.

Quindi investire in singole azioni è rischioso, non consiglio di farlo a chi non lo ha mai fatto e non comprende tutte le implicazioni del caso.

Per coloro che invece ritengono interessante il mio ragionamento, consiglio di effettuare un ulteriore selezione.

Il fenomeno di cui stiamo parlando è generalizzato per il mercato finanziario italiano, tuttavia io prediligo investire in banche specializzate nella distribuzione di prodotti finanziari e poco attive invece nei finanziamenti a famiglie e aziende.

Questo perché finanziare imprese e famiglie equivale a legarsi a doppio filo alle congiunture economiche dell’intero Paese, invece in questo caso, ho intenzione di privilegiare un settore di nicchia del sistema bancario, quello che ha principalmente ricavi legati alla vendita di prodotti finanziari e alla gestione del risparmio.

Vi è in atto da anni un trend che favorisce banche-reti, così definite perché  utilizzano “reti di cfaofs” anziché filiali tradizionali per la loro attività.

Il business di questa particolare tipologia di banca è più soggetto degli altri alle fluttuazioni dei mercati finanziari, il ribasso dei mercati produce minori margini in commissioni di performance, riduce le masse dove vengono applicate le commissioni e induce i clienti a prendere meno rischi; tuttavia la loro organizzazione riduce i costi fissi e in parte assorbe i minori margini con minori commissioni pagate agli agenti.

Sono casi perfetti per il mio ragionamento i seguenti titoli: Banca Mediolanum, Banca Fineco, Azimut, Banca Generali e Credito Emiliano.

L’ultima dell’elenco merita qualche informazione aggiuntiva. Parliamo apparentemente di una banca regionale come altre, che includo nella selezione per due motivi:

  • perché controlla società di gestione del risparmio e di distribuzione finanziaria;
  • perché è una banca estremamente attenta alla qualità dei crediti, “prestando” a privati ed aziende con molta più selettività rispetto ad altri competitor.

L’elenco sopra riportato prevede 5 titoli, ma potremmo allargare la selezione inserendo il titolo Poste Italiane, ed in questo caso il paniere diverrebbe più diversificato e meno volatile rispetto agli andamenti dei mercati finanziari.

Poste Italiane sta rapidamente trasformandosi in player finanziario, grazie al sempre maggior contributo agli utili dato dalla vendita dei prodotti finanziari e dalla gestione della omonima compagnia assicurativa, a differenza di quanto avveniva nel passato, quando un peso maggiore era fornito dalla consegna di posta e piccoli pacchi.

Se qualcuno volesse cimentarsi in questo investimento, che dovrebbe sempre limitarsi ad una piccola quota dell’intero investimento azionario, potrebbe dividere la somma in 5 oppure 6 quote.

Annualmente oltre alle oscillazioni di valore tipiche dell’azionario, avrebbe dividendi lordi che ai valori di oggi equivalgono al 5,58% lordo del valore investito escludendo dal paniere Poste Italiane, 5,75% nel caso venga inclusa.

I dividendi sono variabili nel tempo, quindi questo dato potrebbe oscillare in maniera significativa, anche se il trend di questo piccolo paniere è in crescita da anni.

Maggiore è la concentrazione del rischio in un unico titolo o settore, maggiore sarà il rischio.

 Quindi attenzione sempre a dove investire e per quale obiettivo.

Investire diversificando  in azioni dei principali paesi industrializzati è sicuramente meno rischioso che investire in un solo paese, a maggior ragione se parliamo di un settore specifico.

L’articolo ha lo scopo di evidenziare come ogni attività produca molteplici conseguenze per chi è cliente, azionista, od operatore del settore. Ogni soggetto economico ha interessi diversi rispetto al ruolo che riveste nell’operazione.

 

 

 

 

 

“Fee only” consulenza su base indipendente o gioco delle tre carte?

Nel precedente post riguardante i costi, avevo preannunciato una veloce spiegazione sulla modalità di consulenza utilizzata da molte banche e definita sommariamente “fee only”.

Con fee only, si dovrebbe intendere una consulenza che prevede solamente un corrispettivo con parcella.
Nella modalità di utilizzo più consueta invece, avviene questo:
la banca distribuisce prodotti finanziari propri e di terzi e viene remunerata tramite una % di commissioni retrocesse; nella modalità “fee only” questa % non sarebbe più di competenza della banca ma verrebbe stornata al cliente, in cambio di una commissione “consulenza”.

La banca evidenzia un addebito a fronte di un’ attività di consulenza su propri prodotti, ma consulenza “fee only” non significa “consulenza su base indipendente”?

  • Il regolamento Consob 20307 del 2018 stabilisce quando una consulenza può fregiarsi della denominazione “su base indipendente”, in tutti gli altri casi, non lo è.
  • I consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria valutano una congrua gamma di strumenti finanziari disponibili sul mercato, che devono essere sufficientemente diversificati in termini di tipologia ed emittenti o fornitori di prodotti.

 Quindi consigliare principalmente strumenti di un solo emittente non è possibile!

  • I consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria definiscono e attuano un processo di selezione allo scopo di valutare e confrontare una congrua gamma di strumenti finanziari disponibili sul mercato.

Il processo di selezione comprende i seguenti elementi:

1 – il numero e la varietà degli strumenti finanziari considerati sono proporzionati all’ambito del servizio di consulenza prestato;

2- il numero e la varietà degli strumenti finanziari considerati sono adeguatamente rappresentativi degli strumenti finanziari disponibili sul mercato;

3 – i criteri per la selezione dei vari strumenti finanziari comprendono tutti gli aspetti d’interesse, quali rischi, costi e complessità, nonché le caratteristiche dei clienti dei consulenti finanziari autonomi e delle società di consulenza finanziaria, e assicurano che la selezione degli strumenti che potrebbero essere raccomandati sia obiettiva.

Capisco che entrare in questi meccanismi sia complicato per chi non è un esperto della materia, il vostro interlocutore vi “giurerà” su ciò che ha di più caro che non vi è differenza tra un consulente finanziario autonomo (Cfa), che emette parcella e un Consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (Cfaofs), che vi dirà che è la banca ad emettere parcella se desiderate pagare “solamente” la consulenza.

 Per togliervi ogni dubbio potete fare due semplici controlli:

 

 

Il costo della consulenza indipendente – confronti con i costi sostenuti per la consulenza strumentale alla vendita

Capita spesso di leggere articoli riguardanti i costi della consulenza finanziaria.

Prima di entrare nel dettaglio chiariamo che i costi possono essere espliciti, come la  parcella emessa da un Consulente finanziario autonomo, Cfa, libero professionista iscritto alla sezione consulenti autonomi dell’ocf, oppure da una Scf (società di consulenza finanziaria, anche una società per svolgere l’attività deve avvalersi di persone fisiche iscritte alla sezione sopra citata).

Oppure una parcella per consulenza non indipendente, ed in questo caso ad emetterla possono essere sia banche tradizionali, sia banche specializzate nella vendita di prodotti finanziari, sia Sim.

Nel caso l’attività venga svolta da una banca tradizionale presso le proprie filiali, non è indispensabile avvalersi di Consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (Cfaofs), nel caso invece in cui queste attività vengano svolte fuori dalle filiali, è necessario avvalersi di un cfaofs.

Mai un cfaofs, a differenza di quanto sopra riportato per un Cfa, può emettere autonomamente fattura, ma sarà sempre un dipendente o un agente di commercio al servizio di una azienda mandante.

Questa distinzione è fondamentale perché troppo spesso si sente dire “ho il mio consulente!”; la denominazione utilizzata è corretta, sia pur estremamente abbreviata, ma basilare è capire chi paga quel consulente, e se non è il cliente, non può essere un Cfa.

Agli inizi della mia attività, oltre 20 anni fa, le banche cercavano di dissuadere i miei clienti dicendo: perché pagare per un servizio che la banca presta gratuitamente?

Chiaramente nulla viene offerto gratuitamente, ma è vero che in quegli anni era più difficile per un cliente conoscere quale costo implicito, cioè compreso tra tutti i costi addebitati, era proprio dell’attività di vendita dei prodotti e quale costo invece era quello necessario per l’attività di gestione vera e propria.

Dal 2018, per fortuna, con la direttiva Mifid 2, le cose sono notevolmente cambiate, ora le banche devono inviare, per posta cartacea o con comunicazioni online, il dettaglio dei costi pagati e la suddivisione tra componente relativa alla vendita e quella invece relativa alla gestione.

L’obbligo di inviare questa comunicazione esiste anche per i Cfa che ogni anno devono inviarla entro i due mesi successivi alla fine dell’anno solare; per le banche, meno strutturate e organizzate di un libero professionista, deve essere inviata entro 4 mesi.

Ironia a parte, l’obbligo di inviare la documentazione, ha tolto di mezzo il dubbio sul costo dell’attività prestata da filiali bancarie e Cfaofs.

Ora la difesa utilizzata da chi offre attività strumentale alla vendita dei prodotti è:

“I costi sono più o meno similari tra i clienti che scelgono le due diverse modalità di consulenza, ed anzi, se si unissero i costi veri e propri della consulenza su base indipendente ai costi che obbligatoriamente deve sostenere un cliente per mettere in pratica i consigli ricevuti, i due costi sarebbero equiparabili”.

Per smontare anche questa tesi, iniziamo a parlare di numeri e di %.

Il costo di un portafoglio “consigliato” da una banca o da una rete di Cfaofs può essere chiaramente molto diverso l’uno dall’altro, ma per esperienza possiamo considerare un costo dell’1,50% l’anno come un valore estremamente basso, un costo del 2% come un costo medio e costi superiori a questi valori, si arriva a volte a superare il 3-4%, come dei valori esorbitanti, giustificabili solamente con la necessità  di remunerare le reti di vendita.

Nella gestione del risparmio avviene infatti un fenomeno impensabile in altri settori, prodotti con qualità inferiore possono avere costi molto superiori a quelli da preferire.

Il costo della consulenza su base indipendente è lasciata alla libera trattazione tra il cliente e il libero professionista o la scf, possiamo comunque dire che un valore medio dell’1% l’anno sia quello più utilizzato per portafogli di entità media, tra i 200.000€ e i 500.000 €.

Se volessimo sommare a questo 1% anche i costi sostenuti per comprare gli strumenti finanziari e per la loro gestione, potremmo raggiungere valori medi omnicomprensivi intorno all’1,50%, valore sopra indicato come mediamente basso per un’attività di consulenza di tipo tradizionale.

Quindi, mal che vada, un cliente pagherebbe costi nella fascia bassa di prezzo.

Ma i vantaggi non finiscono qui anzi, aumentano anno dopo anno, vediamo il perché.

Un Cfa, svolge un importante lavoro nella fase iniziale di acquisizione del cliente, sia per attività burocratiche sia per conoscere e personalizzare l’attività di consulenza sulla base di quanto effettivamente utile alle esigenze del cliente, per questo motivo, capita molto spesso che il valore iniziale della parcella venga successivamente ridotto per tener conto del minor lavoro negli anni successivi.

Inoltre il Cfa, oltre a studiare singolarmente ogni posizione personale e familiare del cliente, aiuta lo stesso a scegliere l’intermediario con il rapporto qualità/prezzo migliore, attività che non sarebbe mai possibile chiedere ad una banca che, chiaramente, come primo requisito consiglierà di utilizzare propri prodotti e alle condizioni praticate.

L’attività svolta dal Cfa, attraversa fasi molto diverse dei mercati finanziari, delle politiche monetarie e delle politiche fiscali, avvalersi di un professionista senza vincoli di mandato può consentire di sfruttare remunerazioni su c/c e depositi più alti, rispetto alla banca tradizionalmente utilizzata, può consentire di scegliere strumenti finanziari con un più efficace trattamento fiscale, può consentire di rimanere liquidi quando le condizioni dei mercati lo consigliano, ecc.

Nel 2022, gran parte delle perdite dei portafogli si sono verificati perché banche e Cfaofs non “potevano” confessare una verità semplice ma sconveniente per il sistema bancario, non aveva alcun senso investire in obbligazioni, ne direttamente ne indirettamente, quando i tassi erano a zero o sotto zero, perché, come poi si è verificato, un rialzo dei rendimenti avrebbe procurato perdite estremamente elevate in relazione ai possibili rendimenti realizzabili in quel periodo storico.

Ma non è ancora tutto, vi è una motivazione più importante di tutti i confronti che si possono realizzare.

Utilizzare un Cfa fornisce al cliente una esperienza completamente nuova, apprenderà nozioni che gli saranno utili per tutta la vita e sarà affiancato e supportato io ogni sua scelta fin quando vorrà, ma nel momento che deciderà di proseguire da solo avrà un portafoglio con un costo irrisorio che sarà in grado di gestire in completa autonomia.

Continuare ad utilizzare la consulenza strumentale alla vendita significa invece avere sempre portafogli inefficienti, difficili da spostare tra intermediari e con costi che saranno sempre mediamente elevati.

Analisi dei costi e del profilo di rischio del vostro portafoglio finanziario.

Le banche e assicurazioni inviano in questo periodo rendiconti dei c/c, dei dossier titoli e delle polizze di investimento e devono inoltre inviare, entro Il 28.04, il riepilogo di tutti i costi sostenuti per le attività di investimento, includendo costi espliciti, impliciti e retrocessioni ricevute dalle controparti utilizzate, in un documento denominato Report Mifid2 ancora sconosciuto alla maggioranza dei clienti.

Proprio per sfruttare le informazioni che giungono al cliente in questo periodo lo studio mette a disposizione di coloro che vorranno, un servizio di analisi di portafoglio indipendente utile come primo passo di una formazione finanziaria di base.

L’analisi fornirà dati riguardanti i costi sostenuti per singolo strumento e il profilo di rischio dell’intero portafoglio mediante il calcolo del Var; nel caso il portafoglio contenga più di 10 strumenti l’analisi riguarderà i primi 10 per peso nel portafoglio.

Il risultato delle analisi verrà consegnato al cliente o inviato via mail entro 15 giorni dalla data di presentazione della documentazione.

Il costo di questo servizio è di 61€ (50€ + iva) e dovrà essere pagato in anticipo, insieme alla consegna della documentazione.

Non verrà effettuata nessuna analisi teorica, cioè riguardante prodotti non nella disponibilità del richiedente il servizio.

L’iniziativa avrà validità dall’1.02.2024 al 31.05.2024, terminato questo periodo l’analisi sarà possibile, ma sarà necessario concordare costi e tempistiche in quanto un elevato numero di richieste creerebbe problemi operativi alla normale attività professionale.

Per garantirsi l’analisi vi consiglio di prenotare un appuntamento in ufficio o in video conferenza che avrà durata massima di un’ora, necessaria per preparare tutta la documentazione bancaria.

L’analisi non fornirà informazioni riguardo l’adeguatezza degli strumenti utilizzati rispetto al profilo di rischio del cliente in quanto per far questo è necessario compilare il questionario mifid.

Documenti necessari per effettuare l’analisi dei costi e del profilo di rischio:

– Estratto conto titoli al 31.12.2023 e/o rendiconto annuale polizze assicurative

– Copia documento di identità e Tessera sanitaria, necessari alla predisposizione della fattura.

– Firma del modello di autorizzazione all’utilizzo di dati personali (privacy).

Report mifid2 al 31.12.2022 o 31.12.2023 (documento utile all’analisi ma non indispensabile)

 

Contatti per prenotare le attività di analisi:

Tel. Ufficio: 0733 972264 (solo al mattino dalle 09,30 alle 13,30)

Cell: 3492614563

Mail: studioclaudiovoltolini@gmail.com

 Nella pagina linkedin: https://www.linkedin.com/in/claudio-voltolini-64b61631/

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Cumulative callable, non fatevi ingannare dal tasso!


Parafrasando un famoso detto africano:

“Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.

Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.”

Possiamo adattare il detto anche al quotidiano scontro di interesse tra il risparmiatore, colui che vorrebbe investire alle migliori condizioni possibili i sui risparmi, e le banche o i debitori in generale, che vorrebbero avere prestiti a condizioni di favore.

Chi non vorrebbe ottenere il 5% netto da un debitore ultra sicuro, come per esempio uno stato con rating tripla AAA?

Il valore del tasso sopra indicato è un dato oggi impossibile da trovare in obbligazioni governative a tasso fisso con qualsiasi scadenza.

L’equilibrio tra tasso di interesse richiesto dai risparmiatori/investitori e quello concesso dai debitori si forma ogni giorno sul mercato, dove è possibile verificare quale è il punto di equilibrio.

Come abbiamo ben compreso negli ultimi dodici mesi questo equilibrio non è particolarmente stabile anzi, in particolari periodi, e l’ultimo anno è da prendere come esempio, un insieme di fattori possono spostare facilmente il punto di equilibrio molto più in alto o più in basso.

Chi acquista titoli di durata breve, per esempio i famosi Bot italiani, sa che ogni emissione ha il suo tasso e che quel titolo con moltissima probabilità verrà mantenuto fino alla scadenza, pertanto chi acquista oggi un Bot al 3,50% sa che questo sarà il suo risultato a scadenza, qualsiasi evento migliorativo o peggiorativo si presenti sul mercato dei tassi di interesse.

Viceversa, chi oggi acquista un titolo di durata decennale sa che il tasso fisso che oggi riesce ad ottenere, pur essendo più del doppio di quanto avrebbe ottenuto lo scorso anno, sarà più o meno remunerativo nel tempo in base alla futura evoluzione dei tassi di interesse.

Se i tassi saliranno, non avremo fatto l’investimento migliore in assoluto, mentre se i tassi tornassero a calare velocemente avremmo “azzeccato” la scelta migliore.

Chiaramente questo ragionamento sarebbe corretto solamente se fatto a scadenza, durante la vita decennale del titolo potrebbero esserci momenti più o meno favorevoli che si rifletteranno sul prezzo del nostro titolo sia in rialzo che in ribasso.

La difficoltà di prevedere se il tasso fisso oggi offerto sarà la scelta giusta per i prossimi 10 anni è un dilemma anche per il debitore, che da una parte ha la necessità di finanziarsi con titoli di media lunga durata, questo per evitare che in particolari momenti la sua disponibilità di cassa sia troppo esigua e sia costretto ad accettare sul mercato qualsiasi condizione, ma d’altro canto non vorrebbe oggi offrire un tasso fisso per un lungo periodo per evitare che un futuro calo dei tassi renda il finanziamento eccessivamente oneroso.

Le banche hanno la possibilità di ovviare al problema sopra esposto emettendo titoli con diverse scadenze e diverse tipologie di interessi.

Per esempio possono emettere titoli a tasso fisso, a tasso variabile, o combinazioni delle due (es. primi 2 anni tasso fisso in seguito tasso variabile).

Pur avendo molteplici strumenti per evitare di finanziarsi “male”, il mercato non fornisce certezze assolute ed ogni scelta presenta sempre pro e contro.

Oggi i risparmiatori, dopo anni di tassi estremamente bassi e dopo che nel 2022 i titoli estremamente lunghi avevano registrato crolli anche del 30/40%, sono attenti al tasso ma anche alle durate.

Difficile trovare equilibrio tra le esigenze delle due parti.

Un punto di equilibrio che non ricordo di aver visto nel passato viene proposto in questi giorni da due importanti banche estere: Goldman Sachs e Société Générale.

Entrambe hanno di recente emesso titoli con tassi nominali fissi particolarmente appetibili ma con condizioni che necessitano approfondimenti.  

 

GOLDMAN SACHS GROUP 6.20% 07/36 ( XS2567573899)
SOCIETE GENERALE 6.5% 08/38 ( XS2627680825)

Entrambi gli emittenti hanno rating A pertanto sono generalmente considerati estremamente affidabili dalle società che analizzano la solvibilità degli emittenti (ricordiamo che questo non esclude a priori il rischio emittente, come ben ricorderà chi incappò nel gruppo Lehman Brother anch’esso con rating A).

L’obbligazione di Goldman Sachs sarà quotata sul Mot, mentre quella di Société Générale su Euro Tlx.

Altra piccola differenza, ma da considerarsi marginale, è la durata prevista, 13 anni per GS mentre sono 15 quelli previsti da SG.

Quel che accomuna entrambi i bond sono invece la possibilità per l’emittente di rimborsare anticipatamente il prestito (ogni anno alla data di scadenza della cedola) e il pagamento delle cedole che avverrà in unica soluzione alla scadenza o al rimborso.

Torniamo ora alla premessa dell’articolo, la competizione è dura per tutti, Leone, Gazzella, banche e risparmiatori, ma quel che è importante comprendere è che affinché la competizione sia corretta è necessario che tutti giochino con le stesse opportunità.

Avete compreso l’importanza del passaggio dove sopra ho indicato che la cedola verrà liquidata alla scadenza o al rimborso anticipato?

Questo non avverrà in regime di capitalizzazione composta come spesso mi è capitato di notare per vecchi bond emessi in modalità One coupon (cioè come in questo caso con unica cedola a scadenza), ma il tasso di interesse sarà calcolato anno per anno come interesse semplice, vediamo cosa avverrà:

Nel riquadro qui sopra potete notare l’impatto che ha la capitalizzazione semplice nel calcolo del rendimento effettivo dei titoli (nell’esempio ho utilizzato l’obbligazione Gs, confrontata con un Btp avente analoga scadenza, BTP 01/03/16-01/09/36 Isin IT0005177909).

Si evidenzia come negli ultimi anni, il tasso effettivo netto sia addirittura a vantaggio del bond italiano che ha, per dovere di cronaca, un rating peggiore ma trattandosi di un emittente governativo gode di una diversa potenzialità normativa rispetto alle emittenti corporate.

Arriviamo al punto saliente dell’analisi:

vale la pena prendersi il rischio che l’emittente non rimborsi nei primi anni il titolo?

Questo evento sarebbe parzialmente a favore del cliente che otterrebbe buoni rendimenti ed il rimborso anticipato, ma per questo vantaggio dovrebbe rinunciare alla rivalutazione del titolo tipica dei bond a tasso fisso durante il calo dei tassi.

Quindi, grazie alla particolare struttura ideata per i due “cumulative callable”, gli emittenti potranno rimborsare il prestito al termine di ogni anno, senza correre il rischio che il tasso stabilito debba essere pagato per tutta la durata dell’obbligazione nel caso di riduzione dei tassi.

Se invece il titolo non venga inizialmente rimborsato, il cliente otterrà un tasso effettivo lordo vicino ai tassi attuali ma si troverà in portafoglio un titolo senza cedole e, in caso di rialzo dei tassi, con un prezzo di mercato molto basso.

Con cedole pagate annualmente il creditore avrebbe ogni anno un flusso monetario che potrebbe spendere o  reinvestire alle condizioni di mercato, in questo caso invece nessuna cedola verrà pagata fino al rimborso.

Per concludere, sono due obbligazioni estremamente rischiose, potenzialmente interessanti nel caso i tassi volgessero velocemente in ribasso, ma in cambio di un piccolo interesse aggiuntivo rispetto a scadenze a 3-4 anni, qui si rischia di rimanere incastrati per lunghi periodi.