Risparmiare per investire

Qualche settimana fa avevo scritto dell’importanza di risparmiare in questo articolo ponendo l’attenzione sul valore del risparmio per finanziare piccole spese e sull’importanza di essere disciplinati nell’utilizzare risorse.

Oggi concentriamo la nostra attenzione invece sui vantaggi che, anche chi risparmia con l’obiettivo di finanziare spese molto lontane nel tempo, ha nel perseguire una costante e controllata capacità di risparmio mensile.

Il risparmio già accumulato in passato, ha nella nostra mentalità, anche se non sempre ne siamo completamente coscienti, alcune finalità comuni a gran parte di noi ed alcune specifiche per una piccola fetta della popolazione.

Le finalità più comuni che si riscontrano parlando con gli investitori sono:

  • avere risorse per la terza età;
  • finanziare lo studio e l’avvio delle attività dei figli;
  • acquistare o aiutare i figli, oramai anche i nipoti a volte, ad acquistare una propria abitazione.

Finalità più rare ma comunque a volte presenti:

  • Smettere di lavorare prima di aver raggiunto l’età per la pensione pubblica;
  • Cambiare completamente vita.

Le finalità sopra evidenziate, alle quali ognuno di noi può aggiungere la propria non indicata, sono finalità di lungo o lunghissimo periodo, a queste si aggiungono sempre spese di breve medio periodo, quali a titolo di esempio: cambio dell’auto; rinnovo arredamento abitazione; lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria dell’abitazione.

Questa seconda tipologia di “spesa” differisce dalla prima in quanto, in genere, ha un orizzonte temporale di durata inferiore alla prima tipologia e si riesce a quantificare più facilmente per importo e data di scadenza.

Ora partiamo da un semplice esempio per verificare quanto è importante avere risparmio per quanto possibile prevedibile e costante:

ipotizziamo di avere un patrimonio già investito pari ad € 1.000.000  e di avere un risparmio mensile di € 2.000;  di avere in programma spese pari ad € 30.000  per cambio auto tra 2 anni e € 30.000 per spese programmate sull’immobile di proprietà tra 3 anni;

entrambi gli orizzonti temporali sono entro i 3 anni, periodo nel quale avrò, presumibilmente risparmiato € 72.000.  In questa ipotesi pertanto tutte le spese saranno finanziate con il risparmio e il patrimonio potrà rimanere investito senza che queste spese debbano modificarne la composizione.

Ora, riprendiamo lo stesso esempio ma ipotizzando che il risparmio mensile sia di € 1.000 mensili, in questo caso in 3 anni avremmo risparmiato 36.000 €, non avremmo certo problemi a fronteggiare le spese previste ma ci troveremo nella necessità di disinvestire qualcosa.

In fase di programmazione, anche questa ipotesi può essere considerata per evitare di disinvestire strumenti che in quel momento avessero prezzi non soddisfacenti, ma è comunque una differenza notevole rispetto al primo caso.

Nell’ultima ipotesi lasciamo i dati invariati e riduciamo a 30.000 le spese previste entro i tre anni, in questo caso avremmo un surplus di risparmio pari a ben 42.000 €, somma che potrebbe essere investita periodicamente in investimenti di lungo periodo, sfruttando i prezzi via via presenti nei mercati.

È infatti a tutti noto come il risparmio che potrà restate investito per tempi maggiori, avrà maggiori possibilità di rendimento.

Allo scopo mi piace citare uno studio di Riccardo Tedeschi di Prometeia, che con dovizia di grafici e di spiegazioni mostra le notevoli differenze di rendimento che il mercato azionario Usa ha prodotto in un periodo storico di ben 145 anni.

Lo studio evidenzia che con orizzonti temporali di 20 anni, tutti i periodi, anche i meno fortunati, abbiano avuto un ritorno reale positivo, mentre con durate inferiori, vi sono molti periodi con risultati negativi, anche di importo rilevante.

Quest’ultimo risultato sarebbe comunque stato positivo, se l’investitore, anziché investire in un’unica soluzione avesse investito progressivamente nel tempo e, grazie al risparmio in formazione, e a tattici trasferimenti di somme da investimenti più sicuri ad altri più rischiosi, avesse sfruttato i periodi di calo dei mercati.

Questa parte del processo di investimento, che ogni risparmiatore dovrà definire con un proprio rigoroso “piano di azione”, da noi denominato in Tekta, “Piano di investimento Simplest” trarrà giovamento dal periodico formarsi di risorse aggiuntive.

Mi capita spesso, nel mio lavoro, di esaminare polizze, piani di accumulo in fondi comuni o in fondi pensione sottoscritti negli anni 90 o ad inizio millennio. Molto spesso queste operazioni, sono assolutamente deficitarie se le andiamo a confrontare con il risultato che analoghi investimenti, effettuati con strumenti più efficienti avrebbero potuto generare.

Questo avviene perché in quel periodo, banche, promotori finanziari ed agenti assicurativi, vendevano a piene mani, prodotti estremamente costosi.

Tuttavia, in una percentuale di casi molto elevata, il risparmiatore non è deluso da questi risultati, bensì è gratificato dal fatto di aver accumulato una determinata somma, che senza quel piano di risparmio probabilmente non avrebbe accantonato.

Non vi è altra dimostrazione migliore di quanto, psicologicamente, risparmiare costantemente ed investire con un programma ben definito, tolga all’investitore l’ansia di sopportare periodicamente le oscillazioni dei mercati.

Queste considerazioni generali, che poi vanno personalizzate caso per caso, considerando una molteplicità di fattori, sono ancora più importanti in questo periodo storico nel quale l’investimento azionario, non ha praticamente alternativa alcuna.

Se in passato, utilizzando titoli a tasso fisso, con durate crescenti a seconda degli impegni di spesa, si riusciva ad investire con un rendimento accettabile anche per periodi di 2 o 3 anni, oggi dobbiamo abituarci a pianificare in maniera più oculata e ponderata gli impegni di spese per far modo che quanto destinato ad investimenti a maggior rischio, rispetto alla liquidità, possa avere il tempo necessario per generare risultati.

Risparmio, termine “vecchio” in epoca Criptovalute

Mi occupo di finanza, con professioni diverse, dal 1986; in questo lungo periodo le abitudini degli italiani sono profondamente cambiate in ogni ambito, non è quindi strano che questo sia avvenuto anche nelle modalità di risparmio e nel valore che questa pratica/abitudine riveste per la gran parte di noi nel 2021.

Ho frequentato le elementari negli anni 1967/1972, in quel periodo le Casse di Risparmio, enti senza scopo di lucro che avevano il compito di valorizzare il risparmio delle classi medio basse, attuavano diverse iniziative per incentivare questa pratica già dai primi anni della scuola.
Molti dei lettori della mia età ricorderanno i vari tipi di salvadanai che le Casse distribuivano ad inizio anno scolastico per favorire il risparmio delle monete e il loro seguente versamento in libretti di risparmio al portatore. Solo le casse avevano le chiavi per aprire i salvadanai!

L’immagine iniziale raffigura quello distribuito dalla più importante Cassa di Risparmio italiana.

Anche la comunicazione aveva lo scopo di favorire l’abitudine al risparmio, ricordo uno slogan, sempre delle Casse di Risparmio, “il denaro risparmiato è due volte guadagnato!”.
Nel tempo le abitudini cambiano, anche l’interesse delle banche per la liquidità muta a seconda dei periodi storici che si susseguono.

Ora viviamo da qualche anno in una situazione diametralmente opposta, la liquidità è talmente elevata che nessun istituto di credito, tranne rare eccezioni, è disposto a remunerarla. Questo scoraggia chi non è abituato a risparmiare; spesso mi sento dire: “inutile risparmiare tanto non si ottiene nulla sul c/c”.

Verissimo, ma l’importanza del risparmio va oltre il rendimento che la liquidità può generare. È importante risparmiare perché questo da disciplina all’uso delle risorse e consente di finanziare acquisti futuri o, nel peggiore dei casi, far fronte a imprevisti.
Vi sottopongo due esempi per evidenziare l’importanza del risparmio.

Poco tempo fa, una giovane coppia mi chiese consiglio riguardo alla ricerca di un mutuo ipotecario per acquistare un’abitazione, avevano pochissimi risparmi, quindi la ricerca aveva lo scopo di cercare mutui con la possibilità di finanziare quasi il 100% della spesa prevista per l’acquisto.
Banca Intesa, in questo momento applica queste condizioni:
tasso 1,10% fisso su durate di 20 anni per finanziamenti fino all’80% del valore dell’immobile;
tasso 1,90% fisso su durata di 20 anni per finanziamenti oltre all’80% del valore dell’immobile;

Ad oggi la differenza tra finanziare 100.000€ oppure 120.000€  per acquistare un immobile del valore di 130.000 €, produce nel caso del secondo finanziamento, maggiori interessi pari a € 32.885. Di questi, 22.288 sono dovuti al maggior importo da finanziare, e ben 10.597 al tasso applicato.

Un altro esempio; questa volta prendiamo in esame chi deve acquistare una moto o un’auto usata. Finanziare un importo pari a 7.000€ per queste finalità, costa di soli interessi, alle condizioni migliori oggi sul mercato, 1.100€ ca. Senza considerare costi per addebito rata in conto corrente o eventuali richieste dell’ente erogante, come polizze assicurative o garanzie ulteriori.

Risparmiare per tempo, prevedendo utilizzi futuri, da quindi notevoli vantaggi anche oggi che la liquidità non è remunerata.

Fra qualche giorno tornerò sul tema del risparmio per evidenziare la notevole importanza che questo riveste anche per una migliore gestione degli investimenti finanziari.

 

Buono Obiettivo 65

   

Come già scritto in precedenza parlando delle obbligazioni,  la ricerca di strumenti a reddito fisso per investire i propri risparmi, diventa sempre più difficile e oltremodo penalizzante.

In questo quadro anche Poste Italiane, leader di mercato nelle soluzioni a tasso fisso con lunghe durate, ha difficoltà a trovare strumenti appetibili per gli orfani dei vecchi Buoni Fruttiferi ventennali e dei Buoni decennali agganciati all’inflazione.

Come sempre avviene in questi casi, è necessario utilizzare un po’ di fantasia o di Marketing, mettetela come più vi piace, per presentare al meglio qualcosa che in altro formato, difficilmente avrebbe successo.

Per questo motivo, da qualche settimana Poste Italiane ha aggiunto una nuova tipologia di Buono Fruttifero a quelli già in distribuzione: Buono fruttifero Obiettivo 65.

Vediamo in breve di cosa si tratta:

Come gli altri buoni distribuiti, anche questo è emesso da Cassa Depositi e Prestiti con la garanzia dello stato Italiano, qui trovate il foglio informativo.

Può essere emesso in forma cartacea o dematerializzata, in quest’ultimo caso è possibile anche la sottoscrizione online.

La vita del buono si divide in due fasi:

  • accumulazione, fino al compimento del 65° anno di età del sottoscrittore,
  • rendita, dal 65° anno all’80°;

È possibile sottoscrivere il Buono dal 18° anno di età al compimento del 55°.

È sempre possibile ritirare anticipatamente la somma investita, fino al 3° anno senza remunerazione alcuna, in seguito ottenendo remunerazioni crescenti nel tempo che comunque non andranno oltre lo 0,75% lordo per chi lo ha detenuto per ben 46,5 anni!

La tassazione è, come di consueto, al 12,5%.

Al momento del rimborso verrà applicata l’imposta di bollo, attualmente pari allo 0,20% annuo.

Al fine di evitare che l’imposta di bollo possa erodere il valore iniziale, è previsto che qualora gli interessi maturati non coprano questa imposta, verrà restituito il valore inizialmente versato.

Al termine della fase di accumulo il capitale sarà rivalutato con il valore più alto ottenuto tramite i due seguenti metodi:

  • capitalizzazione semestrale in base ai tassi di interesse previsti, che vanno dall’ 1,00% all’1,30% lordo, in base alla durata della fase di accumulo; Tab B.
  • Capitalizzazione tramite applicazione dell’inflazione italiana di periodo, calcolata dall’ Istat con l’indice Foi.

Quest’ultimo caso, è a mio avviso, l’unico elemento di interesse del buono fruttifero, che è l’unico erede dei buoni fruttiferi legati all’inflazione emessi dal 2006 al 2019.

Al termine della fase di capitalizzazione, il capitale verrà trasformato al rendimento prefissato previsto dalla tab D, in una rendita mensile della durata di 15 anni.

Il rendimento previsto per la fase di rendita, sembrerebbe ad oggi appetibile, soprattutto per chi sottoscrive il prodotto in un’età tra i 50 e i 55 anni, a questi spetterebbe un rendimento lordo del 2,25%

Diverso il discorso per chi avesse optato per la sottoscrizione nel range di età 18 – 21 anni, perché avrebbe un rendimento lordo del 2,55% ma dovrebbe aspettare almeno 44 anni per poterlo sfruttare.

La caratteristica saliente di questo prodotto è abbinare una fase di capitalizzazione, con protezione dall’inflazione, ad un rimborso rateale, con metodo di calcolo simile a quello dei mutui a rata costante, con tasso fisso prefissato.

Le condizioni migliori per l’investitore si avrebbero nel caso di inflazione media, nel periodo di accumulo, superiore al tasso prefissato e bassa inflazione accompagnata da tassi fissi minori di quelli oggi previsti, per la fase di rendita.

Ci tengo ad evidenziare, oltre a rendimenti a mio avviso modesti per durate di accumulo superiori ai 20-25 anni, il forte impatto che l’imposta di bollo avrebbe nel caso di rimborso anticipato.

Un sottoscrittore che riscattasse il buono dopo un periodo di 10 anni (prima della fase di rendita), avrebbe un capitale rimborsato di ca 10.021 € al netto dell’imposta di bollo, portando a casa un rendimento di appena lo 0,02% annuo.

L’impatto dell’imposta di bollo sarebbe sempre estremamente penalizzante, anche per chi manterrà fino a scadenza il prodotto, ottenendo la rendita per 180 mesi.

In questo caso, maggiore sarà la durata complessiva della fase di accumulo, maggiore sarà l’impatto finale, infatti il bollo verrà pagato sul capitale anno per anno rimborsato, ma considerando la somma delle due fasi, accumulo e rendita, alcuni esempi:

Sottoscrittore di anni 54 Sottoscrittore di anni 44 Sottoscrittore di anni 18
bollo 1° anno rendita (0,20*11) bollo 1° anno (0,20*21) bollo 1° anno (0,20*47)
bollo ultimo anno  (0,20* 26) bollo  (0,20*36) bollo  (0,20*62)

 

Giusto rimarcare che l’imposta di bollo sarebbe la stessa di altri prodotti di investimento ma in questo caso produrrebbe effetti molto importanti sulla rendita e, possiamo dire, sulle aspettative dei beneficiari.

Quante obbligazioni vi sono nel vostro portafoglio?

cartella 5000 lire- rendita 5%

Pochi italiani sono in grado di quantificare correttamente di quanto calerebbe un titolo di stato a tasso fisso con durata residua di 10 anni, nel caso di rialzo dei tassi dell’1,0%, ma apparentemente un Titolo di Stato, conservato fino alla scadenza, viene considerato uno strumento privo di rischio.

Chiaramente, per analogia, anche le obbligazioni bancarie o societarie, per esempio di Enel, Eni, Ferrovie dello Stato, Telecom, sono state catalogate dai risparmiatori come scelte di investimento con basso rischio.

Ci sono volute le conseguenze della crisi economica del 2008/2009 e il conseguente fallimento di Lehman Brothers per far comprendere che anche le obbligazioni bancarie, considerate “sicure”, non lo sono.

Da circa 10 anni, una parte dei risparmiatori ha iniziato a comprendere come le obbligazioni subordinate (il cui rimborso a scadenza è subordinato all’effettiva capacità dell’emittente di rimborsare prioritariamente obbligazioni ordinarie), pur emesse da Banche, siano un investimento “rischioso”.

Tuttavia nell’ultimo quinquennio si è verificata una situazione sconosciuta a noi Italiani, ma probabilmente sconosciuta anche in altre aree del pianeta; tutte le obbligazioni, ma anche le varie forme di deposito bancario, sono oramai a tasso zero o vicino allo zero.

Qualche esempio nella tabella sottostante:

Descrizione Rendimento lordo Rischio cambio
Titoli di stato Usa a 5 anni             0,28%      eur/usd
Titoli di stato Gran Bretagna a 5 anni           -0.08%      eur/gbp
Titoli di stato Giappone a 5 anni           -0,14%      eur/jpy
Titoli di stato Tedeschi a 5 anni           -0,72%         –
Titoli di stato Italiani a 5 anni            0,26%         –

I titoli citati hanno rendimento negativo, tranne i titoli in $, che però per noi europei presentano il rischio cambio, e i titoli Italiani, che “pagano” di più a causa dello scarso livello di fiducia a noi riservato dai mercati.

Molto spesso, quando affronto questo tema con i risparmiatori questi mi rispondono: “non compriamo titoli di stato, dobbiamo cercare alternative”.

Semplice a dirsi, più difficile nella pratica costruire portafogli con sole azioni, o, ma cambia poco, con azioni ed obbligazioni ad alto rendimento.

Sono tutti strumenti estremamente volatili, che vanno utilizzati con cura, per evitare che, in situazioni avverse, un cliente possa decidere di disinvestire per paura di ulteriori perdite o perché non ha ben valutato la quantità di riserve da mantenere liquide.

Inoltre vi è un altro potenziale pericolo all’orizzonte, l’inflazione.

Molto spesso dopo periodi di espansione monetaria, nei quali prendere a prestito soldi costa molto poco, seguono periodi di elevata inflazione.

Questa facilita il compito dei debitori (quasi tutti gli stati del mondo) nel diminuire la quota di debito, ma al contempo penalizza fortemente chi ha mantenuto soldi liquidi o li ha utilizzati per investimenti di breve periodo.

Negli anni 70/80 in Italia vi fu un periodo in cui l’inflazione superò il 10% per bel 12 anni consecutivi, con punte massime nel 1974 del 19,2% e nel 1980 del 21,2%.

Vi lascio immaginare che impatto provocò questo fenomeno per chi aveva soldi liquidi sui c/c o obbligazioni decennali comprate prima ….

In quel periodo vennero favoriti i debitori, che vedevano ogni anno calare il valore reale del loro debito, a scapito di chi aveva risparmiato ma poi non aveva avuto il coraggio di utilizzare le risorse per investimenti in beni reali, (azioni, immobili, terreni).

Nessuno può prevedere se un fenomeno simile possa ripresentarsi ed eventualmente con quali proporzioni, di certo già oggi sappiamo che i nostri soldi non hanno la possibilità di essere investiti in strumenti a basso rischio, perché questi non rendono assolutamente nulla.

Quante obbligazioni vi sono nel vostro portafoglio? Quante obbligazioni sono presenti nei fondi comuni? di che tipologia sono? quando pensate vi possano servire i vostri risparmi? A cosa vorreste destinare i risparmi già accumulati e quelli in formazione? La vostra pensione è già al sicuro da rischi di elevata inflazione?

Farci delle domande e iniziare un percorso di formazione ed informazione che riguarda i temi della finanza è sempre la base per fare scelte consapevoli, ma oggi abbiamo un nemico alle porte, che sa nascondersi fino all’ultimo, fino a quando i danni non saranno più recuperabili.

FAM Global Defence FUND 2023: pubblicità ingannevole?

Ieri mi è capitato di leggere questa notizia tra le news di Fineco:

Fineco Asset Management, società’ irlandese di gestione del risparmio interamente partecipata da FinecoBank, annuncia il lancio di Fam Global Defence Fund 2023, un fondo a capitale interamente protetto. In una fase di mercato contraddistinta da volatilità e incertezza, FAM conferma così l’attenzione alle esigenze dei risparmiatori e la capacità di offrire loro risposte tempestive.”

Mi occupo di risparmi dal 1986, ne ho viste e sentite molte…quindi non mi scandalizzo, ma cerco di approfondire ogni notizia.
La prima cosa da fare in questi casi è cercare la documentazione ufficiale che deve accompagnare il prodotto.
Nella ricerca mi sono imbattuto in un video che lo pubblicizza.
https://www.youtube.com/watch?v=866LackqU0s

Che ne dite? Corriamo ad acquistarlo?

Le parole utilizzate nel video non credo siano corrette per presentare uno strumento di investimento pertanto, per darvi la possibilità di confrontare il testo pubblicitario con il Kiid, documento obbligatorio che deve contenere le informazioni chiave per l’investitore, riporterò sotto il testo pubblicitario e di seguito il contenuto del Kiid.

Contenuto delle pubblicità
In tempi di alta volatilità e di tassi negativi, dove la liquidità è penalizzata investire può sembrare difficile, ma non deve per forza esserlo. Fineco Asset Management, ti propone un fondo il cui obiettivo è preservare il 100% del tuo capitale con una durata di 3 anni, per far crescere il tuo investimento in modo sicuro ed in piena tranquillità.
Fam Global Defence protegge a scadenza il tuo capitale investito e ti offre inoltre una cedola fissa dell’1% tutti gli anni, già al netto dei costi, con un solido basket obbligazionario il tuo investimento generà cosi un rendimento atteso del 3% al termine dei 3 anni.
Valorizza i tuoi risparmi con una solida protezione!”

Nel video, al secondo 0,53 compare l’avvertenza, scritta per pochi attimi, “l’obiettivo non è garantito”;
avvertenze finali nel video, al minuto 1 e 15 (vi conviene bloccare il video;
al minuto 1 e 18, anche qui vi consiglio di bloccare il video.

Contenuto del KID
L’Obiettivo di investimento del Comparto consiste nel fornire agli Azionisti un Dividendo in ogni Data di pagamento dei dividendi e cercare di proteggere il Valore patrimoniale netto per Azione del Comparto affinché equivalga al 100% del Prezzo di offerta iniziale alla Data di scadenza.
Il Comparto è a gestione attiva. Non vi è alcuna garanzia che l’obiettivo di investimento venga effettivamente conseguito e gli investitori sono espressamente avvertiti che il Fondo non è un prodotto con capitale garantito.
Consigliato per investitori al dettaglio.
Per gli investitori che possono permettersi di accantonare il proprio capitale per il periodo di detenzione raccomandato di 3 anni
Che puntano ad ottenere un reddito nel periodo di detenzione raccomandato di 3 anni.
Che comprendono il rischio di perdita di una parte o della totalità del capitale investito.
Questo Fondo potrebbe non essere indicato per investitori che intendono richiedere il rimborso delle proprie partecipazioni nel periodo di detenzione raccomandato di 3 anni.

Spese
Spese di Sottoscrizione 2,00% (online 1,00%; entrambe possono essere azzerate dal collocatore).
Spese correnti 0,80%.
I cfaofs (consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, cioè gli agenti di commercio, iscritti all’Ocf che per conto della mandante promuovono la vendita dei prodotti, possono azzerare completamente le commissione di sottoscrizione, ma non hanno nessun margine di manovra per le spese correnti)

Profilo di Rischio e di Rendimento
Il fondo ha un rischio 3 in una scala da 1 a 7, dove ad 1 corrisponde un rendimento potenziale inferiore e a 7 un rendimento potenziale superiore (a questa classe di rischio corrisponde una possibile volatilità media nel range ± 2/5%; questo per correttezza dovrebbe essere spiegato perché dopo il video che abbiamo visto non credo che un risparmiatore abbia chiaro questo concetto).

Ulteriori rischi significativi
Rischio connesso ai derivati: i derivati generano un effetto leva nel Comparto e potrebbero amplificarne i guadagni o le perdite in seguito alle variazioni del valore degli investimenti sottostanti.
Rischio di controparte: il fallimento delle controparti in derivati del Comparto, qualora gli accordi sul collaterale si rivelassero insufficienti per coprire tale rischio, può dare luogo a perdite.
Rischio di credito: il livello di protezione offerta dal Comparto non è garantito ed è sempre soggetto al rischio di default dell’emittente degli investimenti del fondo acquistati dal Comparto.
Rischio di concentrazione: a causa della composizione degli investimenti del fondo, il portafoglio del fondo può essere più concentrato geograficamente e/o settorialmente rispetto ad altri fondi di investimento con portafogli più diversificati.

Conclusioni
Non so, se si tratta di pubblicità ingannevole, lo decideranno le autorità competentidi certo ho impiegato qualche ora per trovare tutta la documentazione e parte di questa non è presente nel sito della società irlandese del gruppo Fineco.
Si tratta di un fondo che sarà investito principalmente in Italia, che potrà utilizzare anche strumenti rischiosi, come i derivati e soprattutto, non fornirà nessuna garanzia di risultato. Risultato che sarà ulteriormente penalizzato dalle eventuali spese di sottoscrizione e sarà pesantemente influenzato dallo spread della fase di avvio gestione.
Posso chiudere parafrasando… Un video (anche ben fatto) non fa un buon prodotto!

Nuovi strumenti finanziari – Fondo Chiuso di private equity per clienti retail – pro e contro

Azimut, uno dei principali operatori italiani del risparmio gestito quotato alla borsa di Milano, ha lanciato nei giorni scorsi il fondo di investimento chiuso denominato Azimut Demos 1’ nome che vuole indicare il processo di democratizzazione di una particolare tipologia di investimenti, quella in aziende non quotate di piccole dimensioni ( private equity) fino ad oggi appannaggio di investitori professionali o istituzionali.

Al di là delle roboanti parole utilizzate per pubblicizzarlo, vediamo le sue caratteristiche salienti.

Si tratta di un fondo chiuso e l’acquisto delle quote, a partire da 5.000 €, avverrà al collocamento che è iniziato in questi giorni e terminerà a fine luglio 2020, salvo il caso di chiusura anticipata.

Il Fondo ha come obiettivo il perseguimento di un ritorno assoluto attraverso operazioni di investimento e disinvestimento aventi principalmente ad oggetto: azioni, quote, obbligazioni di piccole medie imprese principalmente italiane, non quotate.  Il 100% potrà essere investito in strumenti di rischio.

Il fondo chiuso si differenzia dal fondo aperto in quanto non sarà possibile uscire dall’investimento prima della scadenza, prevista dopo 8 anni dal termine del collocamento, è inoltre presente la possibilità per la sgr di chiedere proroghe per complessivi altri 5 anni, per terminare le operazioni di vendita degli asset detenuti.

Nel collocamento sarà chiesta una commissione iniziale pari all’1% mentre la commissione di gestione sarà del 2,75%  annuo con sconti a partire dai 250.000 €.

E’ prevista una particolare tipologia di “commissione di incentivo” per i detentori di quote di classe B, riservate ad amministratori e manager della sgr, che una volta raggiunto il 35% di performance destina una quota fissa del 20% dell’extra rendimento ai soli titolari di queste quote, resta immutato la ripartizione pro quota dell’ulteriore 80%.

Nel corso della vita del fondo, le eventuali distribuzioni di valore avverranno con la modalità rimborso del capitale, questo per evitare di subire tassazioni di somme prima di aver ricevuto l’importo totale inizialmente investito.

Si tratta, inutile dirlo, di un investimento molto rischioso, come correttamente indicato nel prospetto informativo che si può scaricare nel sito, molto costoso e particolarmente illiquido.

Non e’ vero che si tratta del primo caso di fondo chiuso riservato al retail, in passato questa tipologia di strumenti fu presente nella versione fondo chiuso quotato su Borsa Italiana. Oggi tutti i prodotti lanciati agli inizi degli anni 2000 sono stati rimborsati, non tutti con soddisfazione degli investitori.

Infine credo siano palesemente censurabili le ottimistiche previsioni di rendimento lasciate intendere da Azimut nella campagna promozionale, dove ipotizza che l’utilizzo di questi strumenti possa apportare maggiori rendimenti nella misura dell’1,5-2% nel computo finale di un portafoglio. Uno strumento di questo tipo potrà essere utilizzato da investitori comunque consapevoli del rischio ed utilizzato per sostituire parte della quota oggi destinata ad azioni Italiane ed al limite europee; ipotizzando di dare un peso del 5% per ottenere un vantaggio dell’1,5% questo strumento dovrebbe rendere, ogni anno il 30% in più del mercato azionario, ipotizzando una quota del 10%, a mio avviso, esagerata, il vantaggio in termini di rendimento dovrebbe essere del 15% medio annuo…..

Nel complesso, lo trovo uno strumento ottimo per Azimut e per i suoi incaricati alla vendita, pessimo per un cliente.

CDP Tasso misto 2019/2026 IT0005374043

Mi scuso per il lungo periodo di inattività del sito.

Dietro questo periodo di assenza ci sono molteplici motivazioni, ma nessuna di valore tale da giustificarmi.

Visto che non potrò recuperare il tempo perduto, provo a concentrarmi sul presente…

Nei giorni scorsi è stata collocata da numerosi istituti bancari una emissione obbligazionaria di Cassa Depositi e Prestiti denominata: “Cdp Tasso misto 2019/2026”.

Il collocamento ha approfittato di alcune particolari contingenze e ha raccolto adesioni di gran lunga superiori alle quantità che l’emittente ha accettato di ritirare.

I richiedenti avranno indicativamente assegnate il 40% delle quantità richieste.

Prima del collocamento, un collega ne aveva parlato in questo articolo.

Nei prossimi giorni, presumibilmente il 28.06 o nella settimana successiva, il bond sarà quotato sul Mot di Borsa Italiana.

Se le condizioni dei mercati resteranno quelle attuali, credo che le quotazioni saranno subito più alte di 100, prezzo di collocamento.

Ciò è probabile perché dopo l’avvio del collocamento sono aumentate le aspettative di un nuovo calo dei tassi o di una ripresa del quantitative easing.  Inoltre il bond in questione, abbinando un primo periodo di 2 anni a tasso fisso, con rendimento pari al 2,70% ed un successivo periodo di 5 anni al tasso variabile pari all’euribor 3m + 194 bb, intercetta la domanda di investimento di molta liquidità presente nei conti correnti.

Ma ci sono altri fattori che ne hanno determinato il successo:

– a maggio il Mef non ha emesso la consueta tranche di Btp Italia;

– l’offerta di bond per i clienti retail è molto modesta, i migliori debitori riescono a finanziarsi a tassi vicini allo zero, non appetibili per i risparmiatori, mentre i debitori meno sicuri, preferiscono rivolgersi al mercato dei clienti professionali.

Anche paragonando questa emissione ai Buoni Fruttiferi Postali collocati dalle Poste Italiane, ma emessi dalla stessa CDP, il risultato è a favore di questa emissione, infatti per avere rendimenti similari con i BF Indicizzati all’inflazione, bisognerebbe avere un’inflazione media annua intorno all’1,8% al settimo anno. Ancora più importante sarebbe il confronto con i Buoni Fruttiferi Ordinari, dove il rendimento corrispondente si avrebbe mantenendo i Buoni per ben 18 anni.

E’ vero che BF e Obbligazioni hanno caratteristiche molto diverse, i primi garantiscono il capitale investito e nel caso dei BF indicizzati all’inflazione, garantiscono anche il recupero dell’imposta di bollo; a vantaggio dell’obbligazione vi è però la possibilità di monetizzare questa fase favorevole dei tassi di interesse e dello spread, vendendo il titolo.

Non esistono investimenti sicuri, quindi è necessario ricordare:

-mai esagerare con la durata residua dei bond, è causa di forte volatilità (un bond simile con stesso emittente quotato nel 2015, ha avuto prezzi oscillanti tra 100 e 91);

-mai concentrare eccessivamente il rischio con bond sull’Italia, molte variabili economiche e politiche ne condizionano fortemente la volatilità, caratteristica poco apprezzata da risparmiatori tranquilli alla ricerca di rendimenti di poco superiori a quelli garantiti dai certificati di deposito a breve termine.

Consulenza finanziaria – Conflitti di interesse

Tutti i risparmiatori che hanno un’idea di cosa si intende per consulenza finanziaria pensano di avere al loro fianco un “Consulente Finanziario”.

Ma cosa si intende per Consulenza?

Per la Treccani: L’attività del consulente, come prestazione singola o saltuaria di consigli e pareri da parte di un esperto su materie di propria competenza, o come prestazione continuativa e professionale: prestare, offrire la propria c.; c. tecnica, aziendale; c. matrimoniale, prematrimoniale, genetica; ufficio di c. legale, di c. fiscale.

Dalla pagina online del Corriere della sera: Parere di un professionista su una questione di specifica competenza

Da Wikipedia: La consulenza (anche chiamata con il termine inglese consulting) è la professione di un consulente, ovvero una persona che, avendo accertata qualifica in una materia, consiglia e assiste il proprio committente nello svolgimento di cure, atti, pratiche o progetti fornendo o implementando informazioni, pareri o soluzioni attraverso il proprio know how e le proprie capacità di problem solving.

In nessuno dei tre casi, si associa al termine consulenza l’attività di vendita.

Passiamo ora alla definizione di Consulenza Finanziaria.

La Consob, la definisce così: La consulenza in materia di investimenti è un servizio di investimento in cui il consulente, su sua iniziativa o dietro richiesta del cliente, fornisce consigli o raccomandazioni personalizzate circa una o più operazioni relative ad un determinato strumento finanziario.

Chi può prestare consulenza in Italia? Sempre Consob ci viene in aiuto: Possono prestare la consulenza in materia di investimenti gli intermediari, anche tramite promotori finanziari,(da quest’anno Consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, cfaofs); le persone fisiche (Consulenti Autonomi); e le società in possesso di particolari requisiti di professionalità, onorabilità, indipendenza e solidità patrimoniale iscritti in un apposito albo di consulenti finanziari.

Pertanto in Italia la consulenza può essere prestata:

Da Banche e Sim direttamente o tramite Cfaofs;
Società iscritte in apposito Albo;
Persone fisiche iscritte in apposito Albo.

Banche e Sim possono contemporaneamente essere abilitate alla vendita di prodotti finanziari, pertanto l’attività di consulenza può essere svolta a se stante o abbinata alla vendita di prodotti.
Credo che quest’ultima attività sia quella che molti riconoscono nel loro abituale interlocutore, attività di consulenza volta a scegliere questo o quel prodotto tra quelli a disposizione dell’intermediario.

Banche e Sim possono pertanto offrire servizi di consulenza finanziaria insieme a servizi di negoziazione e collocamento titoli, possono vendere il fondo “tal dei tali” e consigliarlo come investimento ottimale per determinati clienti. In genere dalla vendita del fondo ricavano commissioni, che possono essere sia contestuali alla vendita sia periodiche per il periodo che lo strumento sarà mantenuto dal cliente.

Società e Consulenti autonomi, possono invece esercitare l’attività di consulenza solamente se non effettuano attività di collocamento di prodotti e solamente se vengono retribuiti in via esclusiva dal cliente.

Dalle modalità sopra descritte si evidenziano alcune significative differenze tra le due modalità di consulenza possibile.

Banche e Sim, spesso ricavano remunerazioni dalle attività di vendita e spesso non fanno pagare l’attività di consulenza in maniera esplicita.
Società e Consulenti Autonomi devono sempre far pagare la loro attività visto che hanno scelto di vivere di sola consulenza.

Banche e Sim potrebbe prestare consulenza anche su attività depositate presso altri intermediari, ma a tutt’oggi questa modalità è poco sfruttata anche perché rischierebbe di penalizzare la loro stessa attività; per esempio, come potrebbero dire che esistono intermediari che fanno pagare per attività di negoziazione pochi euro per eseguito e continuare a chiedere anche centinaia di euro per operazioni presso di loro?
Altro esempio, come potrebbero consigliare prodotti di gestione più efficienti e meno costosi e mantenere nel portafoglio del cliente prodotti da loro collocati meno virtuosi?

Presupposto basilare di ogni attività di consulenza è l’assenza di conflitto di interessi per chi la esegue.

Solo chi ha preparazione ed indipendenza di giudizio può dare consigli privi di conflitto di interessi.

Solo chi è indipendente da qualsiasi intermediario può valutare con imparzialità le offerte presenti sul mercato.

Tutti noi abbiamo sentito il refrain dei gestori e dei venditori di fondi comuni ripetere: non bisogna uscire da fondi e gestioni patrimoniali in perdita, è necessario dare a questi prodotti il tempo necessario per sfruttare i cicli di borsa e “nel lungo periodo” si avranno i risultati.

Dimenticano di dire che il lungo periodo consentirà loro di percepire per molti anni commissioni certe, senza aggiungere che per rimanere investiti in un mercato, per esempio nell’azionario italia, ci sono molteplici strumenti e che i costi di questi sono molto diversi tra loro.

Prendendo per buono il consiglio di rimanere investiti per lunghi periodi nei mercati azionari, è preferibile farlo con prodotti che abbiano costi interessanti per il cliente e non con altri che hanno provvigioni elevate per banche e loro addetti commerciali.

Quanto costano i fondi che avete scelto nel 2016?

Nei giorni scorsi mi è capitata sotto gli occhi la classifica dei fondi che nel 2016 hanno realizzato la raccolta più elevata.
Sono per larga parte prodotti venduti presso sportelli bancari, ma di certo anche gli ex “promotori” avranno cavalcato la moda.
Scorrendo velocemente l’elenco si nota subito come per larga parte i prodotti appartengano alle classi obbligazionarie o bilanciate, ma in quest’ultimo caso non bilanciati tradizionali, bensì prodotti con ampia delega al gestore e riconducibili più precisamente ai fondi flessibili o total return.
A prima vista sembrerebbe difficile comprendere il motivo di tanto successo per investimenti in larga parte obbligazionari, in un periodo storico dove i tassi sono ai livelli minimi da decenni, in alcuni casi addirittura ai minimi storici di ogni tempo.
Oltre al rendimento modesto l’utilizzo di questi prodotti provoca altri due effetti negativi, i costi di gestione, ove presenti, riducono ulteriormente i già risicati margini e nel caso di rialzo dei tassi, ipotesi sempre più probabile, si verificheranno ulteriori perdite in conto capitale.
I risparmiatori che li hanno scelti non hanno fatto queste considerazioni ma mi chiedo come possano non averle fatte i bancari o i promotori che li hanno proposti.
Ipotizzo che una piccola parte dei “consulenti bancari” non condividano le mie precedenti previsioni e li hanno collocati pensando viceversa che fossero un ottimo “affare”.
Può essere anche questo… ma continuando a controllare i prodotti presenti nella lista mi sembra strano notare come tutti, ripeto, tutti, abbiano costi di ingresso “camuffati” con una metodica di recente divenuta prassi.
Chiedere al cliente di pagare una commissione di sottoscrizione del 2-3% e spiegare che di conseguenza il capitale investito sarà di 9.800/9.700€ non è semplice.
Il marketing ci viene in aiuto, come avviene?
Semplice: basta chiamare le spese di ingresso in altro modo (spese di collocamento), non far vedere al cliente che il capitale investito è subito decurtato da questo costo e spalmare l’addebito in un tempo predefinito, per esempio 4-5 anni.
Quindi ipotizzando che il Sig. Rossi versi 10.000€ vedrà contabili dove il netto investito sarà di uguale importo, i costi verranno spalmati, in aggiunta alle normali spese di gestione in un tempo predefinito, per esempio 4 anni, quindi ridurranno progressivamente il rendimento e la colpa sarà sempre attribuita ai mercati.
Mancano ancora due piccoli dettagli per capire il successo di questa prassi, il primo, il cliente che nel tempo si dovesse accorgere del meccanismo avrebbe due opzioni entrambe penalizzanti tra le quali districarsi; chiedere il riscatto immediato, ma in questo caso si vedrebbe addebitare la quota di collocamento non ancora addebitata (es. 150€ dopo 1 anno, 100€ dopo il 2 anno, ecc) o lasciare la somma investita; ultimo dettaglio, forse il più importante, la banca che colloca il prodotto registra subito il ricavo del 2-3% delle spese di collocamento.
Come vedete…chi critica il “marketing” non ne conosce appieno le molteplici e miracolose virtù!